I° Capitolo - V° Elementare - nardoartt.it

Vai ai contenuti

I° Capitolo - V° Elementare

Era Un Mondo...

Siamo e siete tutti passati dalla Scuola Elementare, della quale certamente conservate un grato ricordo.
Beata infanzia! Quanti eravamo in quella classe chiassosa ed ilare della Scuola Elementare del Conservatorio, un vetusto edificio, un tem¬po luogo sacro di suore che vissero lì rinchiuse tutta la vita nella con¬templazione, nella preghiera, nel silenzio, nella castità, come esigeva la regola del loro Ordine. Eravamo trenta maschietti, tutti della stessa età. Forse io ero il più anziano, avendo frequentato per due volte la I Elementare, che dovetti ripetere per un gran numero di assenze forzate dovute ad una malaugurata febbre tifoide, che mi colse ai primi mesi di quell’anno per una sonora scorpacciata di mandorle verdi e tenerissime, raccolte imprudentemente sotto un maestoso albero, che una vera ciurma di ragazzini aveva abbacchiato con delle lunghe pertiche trovate lì nei pressi dell’albero, a portata di mano. La malattia fu lunga e noiosa, dovendo io osservare un assoluto digiuno, perché a quei tempi non era stata ancora scoperta la penicellina o era stato approntato altro farmaco specifico per il tifo.

Eravamo tutti maschietti, perché allora v’era netta separazione fra i due sessi. La V femminile era lì, alla porta accanto alla nostra aula.

Quando la sospirata campanella della ricreazione trillava, si sciama¬va dalle aule e la promiscuità di ragazzi e ragazze creava un miscuglio vivace e ciarliero, che durava dieci minuti soltanto, ma bastevoli a scuoterci quella tensione d’ascolto che ci aveva inchiodati per ben due ore al nostro banco di legno, a volte sconnesso, in assoluto silenzio e col viso rivolto lì, sulla faccia del maestro. Sì, così ci ordinava il nostro caro maestro:

“Qui, guardate qui, sempre qui!”  ed indicava col dito la sua rubiconda punta del naso, propria dell’uomo sanguigno, che aveva buona dimestichezza col vino generoso della nostra terra. Poi riprendeva il tormento di altre due ore di lezioni, interminabili ore, in cui però si imparava molto. Guai a chi si distraeva o disturbava la solenne lezione del maestro! Guai seri erano per chi non sapeva ripetere quello che il maestro diceva! “Tu, che pensi chissà a che cosa, ripeti quello che ho detto!”, intimava al povero malcapitato, che certamente sognava l’ora del pranzo. Se egli non era pronto a ripetere le sue ultime parole, erano “palmate” sonore.
Oh, le “palmate”: erano il nostro spauracchio quotidiano. L’arma del supplizio, che tale era: consisteva in una riga di legno massiccio lunga una cinquantina di centimetri e larga cinque. Il malcapitato doveva subire, senza batter ciglio,
i colpi di riga che il maestro dava sulle palme delle sue mani, tese in avanti a ricevere la punizione. Dovevamo esser forti per forza, sostenere caparbiamente il supplizio e ritornare mogi mogi al proprio posto.
Palmate sonore ne ricevetti un brutto giorno anch’io: non le dimenticherò mai. Quel giorno, inconsciamente, feci uno scherzo al mio compagno di banco: stropicciai con un gessetto il sedile del suo banco, su cui egli, da me
appositamente distratto, si sedette. Quando il maestro lo chiamò alla cattedra per conferire (questo non lo avevo proprio previsto), il poveretto si levò, percorse il lungo corridoio fra le due file di banchi, mostrando il didietro candido come la neve. E giù risate a non finire! Ciò causò un disturbo alla lezione, la trasgressione di un ordine ben preciso di stare in silenzio ed attenti alla lezione.
Poi egli accigliatissimo e severo tuonò: “Chi è stato l’autore di questo stupido scherzo?” La classe, l’intera classe piombò in un assoluto silenzio, prospettandosi una punizione di massa se l’autore dello scherzo non si fosse fatto avanti. “Chi è stato?” tuonò ancora la voce minacciosa del maestro. Nessuno parlava, ma parlava eloquentemente la mia faccia, diventata di colpo rossa come una fragola di bosco!
Allora egli, il Cerbero, si mosse dalla sua alta cattedra, brandendo con la destra la sua riga, attraversò furibondo il lungo corridoio e mi prese per la collottola: tremavo come una canna al vento!
Il mio primo istinto fu quello di autoaccusarmi subito, ma la paura mi aveva paralizzato la lingua. Con fatica egli mi trascinò fino alla cattedra. Mi tremavano le gambe, consapevole del supplizio cui andavo incontro. Egli, puntandomi la riga sull’omero, mi fece girare col viso rivolto verso i compagni che, ammutoliti, seguivano la triste scena. Mi sentivo come un condannato a morte! Poi il silenzio fu rotto dalla cupa voce del maestro, che sentenziò: “Cinquanta palmate!” Io scolorii subito nel viso e mi sentii quasi svenire nel sentire quel terribile verdetto. Pensate: un triste giorno avevo ricevuto cinque di quelle palmate per una marachella da niente, eppure mi fecero tanto male da non riuscire a trattenere le lacrime. Il solo pensiero che ne dovevo subire addirittura cinquanta mi terrorizzò, Ma mi feci forza. Cercai di autosuggestionarmi, dicendo tra me che dovevo esser forte, che non dovevo tremare e che dovevo affrontare il supplizio con coraggio. E fui pronto! Stesi avanti le braccia colle palme delle mani rivolte in su ed il Cerbero, tale mi sembrava il mio maestro in quel triste istante, incominciò a colpire le mie povere manine con un indescrivibile sadismo. I colpi di riga, le palmate, si susseguivano con ritmo uguale ed echeggiavano nel silenzio di tomba in cui era piombata l’intera scolaresca. Man mano che il numero delle palmate progrediva, scandito dalla voce del torturatore, le mie povere manine diventavano sempre più rosse, paonazze, segnate dai terribili colpi della riga. Tuttavia, ad ogni colpo di riga mi irrigidivo, stringevo i denti senza batter ciglio, né mi lasciavo sfuggire qualche lamento. Quando la conta sonora superò il numero di venti, temetti davvero di svenire: vedevo davanti a me solo ombre. Perfino il volto truce del Cerbero svanì ed io avevo la vaga impressione che quei colpi di riga piovessero dall’alto.
Ed incassavo, incassavo con una certa visibile fierezza, che rendeva ancor più spietato il torturatore.
“Basta! Basta!”, tuonò all’improvviso un grido nel silenzio di tomba che si era instaurato nell’aula. Totò, il mio compagno di banco, vittima del mio scherzo di cattivo gusto, si era impietosito per quel martirio che io subivo. E seguirono, poi, altre sonore palmate anche per lui. Non che il Cerbero si fermò a seguito del pietoso intervento. No. Egli continuò imperterrito a calar giù i sempre più dolorosi fendenti fino a quando, con gran sollievo di tutti i compagni, e specialmente mio, si sentì scandire il fatidico cin-quan-ta. A dir il vero, io non ero più io! Ero diventato un automa col viso fisso su quelle mie povere manine, che mi guardavo costernato per gli evidenti segni della rabbia del maestro: un rossore paonazzo costellato da qualche vescichetta bianca, che mi procurava un male indicibile. Così, abbassato il mio stupido orgoglio, mi avviai mogio mogio verso il mio banco tra gli sguardi impietositi dei miei compagni. Mi sedetti al mio posto, tenendo le mani sul banco con le palme rivolte in su. Quali maledizioni invocai in quel momento è meglio che non le dica! Soffiavo con tutte le forze su quelle mie povere manine arrossate, nella vana speranza di alleviare il dolore straziante, che persisteva, malgrado che il supplizio fosse finito. Poi scoppiai in un pianto dirotto, un pianto che non finiva mai e che mi liberava da quell’ angoscioso incubo che mi aveva preso interamente.
Il solo pensiero che mio padre avrebbe saputo tutto l’accaduto mi faceva soffrire ancora di più e tremare, tremare per le conseguenze che sarebbero seguite: egli sicuramente mi avrebbe dato il resto! Sì, perché Donato, così si chiamava il mio caro papà, non transigeva sui suoi perentori ordini ed insegnamenti: dovevo essere educato, rispettoso, composto, studioso e chi più ne sa di simili suggerimenti, più ne metta.
Dopo, seguì il turno di Totò, che di palmate ne buscò solo dieci, ingiustificate e troppe per un atto di pietà verso di me, espresso con un vigoroso “Basta!”
Terminata la lezione, svanito l’incubo dell’intera scolaresca, tutti a casa. Appena giuntovi, cercai subito rifugio nella toilette per immergere in una catinella d’acqua fresca le mie povere manine paonazze. Le tenni lì, a mollo, per diverso tempo, procurandomi un certo refrigerio.
Poi venne l’ora del pranzo e tutti di famiglia ci sedemmo intorno alla tavola imbandita dalla mamma, che aveva letto nel mio viso disfatto la sofferenza ed il dolore che mi struggevano. Mi sforzai di non tradirmi! Mio padre, il mio caro paparino che mi sedeva accanto, lesse nel mio viso il mio chiaro patimento. E subito: “Allora .... sentiamo che cosa ti è successo!” A quel punto stimai inutile continuare a tacere e confessai tutto per filo e per segno, come suol dirsi. E subito giù lacrime dirotte, che dimostravano il mio sincero pentimento per la maledetta marachella che avevo commesso e che mi risparmiarono le ulteriori botte del papà, che, con tanta paura, avevo preventivato.
Ne seguì, com’era naturale, una sonora ramanzina, ma inevitabile fu un’indolore punizione: fui costretto a restare in casa per la sera, con grande mio disappunto ... Al cinema comunale era programmato un avventuroso film di Tom Mix, la mia passione! Poi venne la notte liberatrice. Mentre ero a letto con gli occhi socchiusi, rivivendo con indicibile incubo tutti i tristi avvenimenti della giornata, sentii amorevolmente scorrermi sulla fronte una lieve carezza di mio padre, preoccupato, ovviamente, che avessi qualche linea di febbre. Oh, caro papà mio! Quanto benedissi quella tua paterna preoccupazione, che fu per me come un miracoloso balsamo alla mia sofferenza fisica e morale! Naturalmente, mi prese le manine e le guardò indispettito, pronunciando il suo solito: “Cose da pazzi!” Ma la cosa non ebbe seguito né il papà protestò minimamente col signor maestro per quella punizione che, tuttavia, ritenne eccessiva.
A ricordare, ora, nell’età matura e con l’esperienza di vita scolastica e di educatore che ho, mi viene da rabbrividire al solo pensiero di quei drastici metodi educativi. Eppure quelle sonore punizioni sortivano il loro effetto! Quel che più conta è il fatto che quel caro signor maestro elementare ha lasciato in me un grato ricordo. Finché è vissuto, lo ho sempre salutato e riverito, malgrado tutto, anche da grande!
Quando lo incontravo lungo il viale trascinarsi la sua evidente vecchiaia, appoggiandosi a fatica sul suo bastone di legno, lo salutavo con una certa riverenza e mi fermavo a parlare con lui, sicuro che dai suoi discorsi dovevo trarne qualche utile insegnamento. Era però inevitabile che il mio incontro mi ricordasse quelle cinquanta palmate, ma senza più rancore.

Prof. Antonio Martano

Torna ai contenuti | Torna al menu