II° Capitolo - La Mia Prima Infanzia - nardoartt.it

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II° Capitolo - La Mia Prima Infanzia

Era Un Mondo...

Fare dell’autobiografia non è cosa tanto facile, specialmente a cominciare dall’infanzia, quando i ricordi sfumano nell’alone dei tempi; ma per me, che vissi la prima infanzia abbastanza avventurosamente, stando a quanto - è ovvio - venni a sapere da grandicello dai miei parenti e conoscenti, testimoni diretti di quelle poco piacevoli vicende, delle quali fui inconscio attore, è impresa abbastanza agevole. Fui davvero un bambino assai sfortunato per il susseguirsi di tante circostanze disgraziate e di nefasti quanto straordinari avvenimenti, nei quali fui inesorabil¬mente coinvolto, pur nell’incoscienza della mia tenerissima età.
La mia povera mamma se la portò via la “spagnola”, una terribile epi¬demia che infierì nel mio paese nel 1919 e che falciò migliaia di vittime e colpì tanta gente, specialmente vecchi e bambini, che fu necessario che le autorità comunali allestissero d’urgenza un Lazzaretto, un triste luogo, più o meno come quello che il Manzoni ci descrive nel suo romanzo “I promessi sposi”, quando narra della peste che infierì a Milano nel 1630: naturalmente, di più vaste dimensioni ma colla medesima funzione di iso- lare i contagiati dall’epidemia e di avere delle cure dirette e pronte dei pochi dottori allora esistenti, che non potevano farcela a correre da una casa all’altra per prestare la loro opera professionale.

Mi risulta, sempre da quanto mi è stato raccontato da diretti testimo- ni ancora viventi, che furono approntate nel cimitero delle fosse comuni, tante erano le vittime della terribile epidemia che ogni giorno vi venivano trasportate. Non mancò, anche allora, la diffusa psicosi popolare dell’ “untore”, che ci ricorda gli “untori” presunti spargitori della peste a Milano, come ci narra lo stesso Manzoni nella sua “Storia della Colonna infame”. La differenza sta che nel mio paese non ci furono degli “untori” ma un’ “untrice”, se così si può dire, una tale Ndolorata “la Scarpetta”,


che fu additata a furor di popolo come la responsabile della terribile epidemia, perché l’avrebbe sparsa nei luoghi più frequentati dal pubblico, spalmandovi certi arcani unguenti. Io dunque rimasi solo ed orfano alla tenerissima età di sei mesi. Che ne fu di me poveretto, Iddio solo sa! Ma, in qualche modo, lo so anch’io!

Che ne fu di me senza padre, che prestava il suo servizio militare nella Guerra mondiale del 1915-18, senza nessuno che mi accudisse, potete ben immaginarlo! Ero insomma un povero orfanello, sbattuto di qua e di là, compreso l’ufficio delle Guardie municipali dove, pare, mi depositò come un pacco scomodo l’unico mio zio, scapolo per vocazione, che non se la sentiva di tenere presso di sé, solo in casa, un bamboccio di pochi mesi come me che, ammalato d’intestino e fastidioso, intralciava il suo mestiere di stagnino e, più di tutto, il suo hobby preferito di patito cacciatore.
Finalmente, quando l’epidemia passò, dopo aver inghiottito moltissimi abitanti, tra cui altri miei parenti, pervenni in porto sicuro: nelle mani della mia cara nonna Peppa (Giuseppa), la nonna paterna, una dolce vecchina che mi voleva un bene dell’anima e che me ne volle tanto finché visse. La poveretta era stata dimessa dal Lazzaretto proprio per prendermi con sé. Vi era stata ricoverata perché anch’essa era stata contagiata dal terribile male, dopo la dipartita della mia povera mamma. Mi prese con sé (il sangue non è acqua!) e mi allevò come Dio volle, giacché non aveva redditi di sorta.
Nell’impossibilità di procurarmi una nutrice, proprio perché la sua povera borsa non poteva permetterglielo, mi impinguò di latte di capra e, per un certo periodo, di latte d’asina che, a quanto pare, è quello più simile al latte della mamma. Ritornato mio padre dalla guerra vittoriosa, sano e salvo, appartenni finalmente ad una vera famiglia: la nonna, che poi per amore e per un certo debito di riconoscenza continuai a chiamare mamma Peppa, il mio papà ed io, che finalmente assistito e nutrito a dovere, crescevo sano e bello!
Questi avvenimenti, che non dimenticherò mai, me li raccontava la nonna nei momenti di intimità, quando, d’inverno, ci accucciavamo vicino a un rudimentale caminetto, che esisteva nella nostra casa, ed aspettavamo papà che tornasse dal lavoro. E così si andò avanti per ben quattro anni, fino a quando papà Donato, così si chiamava mio padre, si decise a darmi una nuova madre e convolò a giuste nozze con Nina (Giovannina), che divenne così mia madre. Con la nuova mamma ebbi la fortuna di acquisire anche un nonno, nonno Pascali (Pasquale), padre della mamma, un anziano contadino, ma accorto ed intelligente, un contadino dalle “scarpe grosse e cervello fino”, come allora si definivano questi lavoratori dei campi. Egli era svelto ed ancora vigoroso, malgrado la sua età, ed aveva il vizietto di bere qualche bicchiere di vino di troppo tutti i santi giorni. Appunto questa era la ragione per cui non andava d’accordo con nonna Sanarica, altra nonna che venni ad avere, perché madre della mamma Nina. Era questa una buona vecchietta, ma troppo “verbosa” e non dava pace al povero nonno Pasquale per quel suo vizio del vino, per cui a volte le diceva grosse ed esagerate ... ed eran litigi. Il povero nonno era un uomo pacifico e questi litigi lo turbavano oltre misura. Per questo motivo egli preferiva vivere in campagna a curare il suo orto, la sua vigna ed il suo tabacco. Qui viveva in una bicocca coperta da un fatiscente tetto, con accanto una rudimentale capanna, sotto la quale era legata alla mangiatoia la sua Lea, una vecchia ed ossuta ciuca che, con ragli sonori e violenti calci sferrati contro l’unica parete che sorreggeva la capanna, reclamava spesso il suo diritto a mangiare! Così, per via di questo matrimonio, mi trovai di botto una nuova mamma e due nonni nuovi di zecca!
La mia famiglia era così cresciuta ed io mi sentivo un bimbo felice, finalmente non diverso dagli altri che in certi momenti invidiavo per l’amore dei loro genitori, dei quali ampiamente godevano. Anch'io mi sentivo circondato di cure e d’affetto come tutti gli altri bambini del mondo. Andammo a vivere in una casa di proprietà dei nonni, attigua alla loro.
La nuova casa era piccola e non poteva contenere un letto tutto per me. Ero però contentissimo di avere compagna di letto la mia amata nonna Peppa e questo fatto mi legò a lei d’un affetto immenso, che durò fino a che se ne andò all’altro mondo, quando io avevo ben ventiseì anni. Ella si occupava di me con tante cure che la mia nuova mamma non poteva praticamente prodigarmi, perché costretta dalla mattina alla sera ad aiutare mio padre nel negozio di generi alimentari, fonte di un certo benessere della mia famiglia. Poi, com’era naturale, vennero al mondo i miei cari fratellini: Nzino (Vincenzo), frugoletto bruno bruno, vispo e tanto carino, che mi cocco- lavo tutto il giorno: gli stavo intorno premuroso e vigile perché non gli accadesse niente, e all’occorrenza, per chiamare la mamma o la nonna per gli interventi del caso. Due anni dopo venne alla luce mia sorella Lidia, una bambolina bionda e dolce, per la quale ebbi una particolare predilezione, che con- servai finché visse (morì a cinquant’anni.) Nei primi mesi di vita per poco, o per un vero miracolo, non se ne andò all’altro mondo: si ammalò di pertosse - allora si diceva “tosse canina” - e piansi tanto e mi disperai immensamente quando papà con le lacrime agli occhi mi confidò che poteva anche morire. Forse fu quella l’unica volta che pregai con tanta intensità ed insistenza la Madonna perché salvasse la sorellina. E la Madonna mi ascoltò! Così la mia famiglia divenne più numerosa e fummo costretti a cambiare casa. Allora la mia vita cambiò da così a così, giacché tutto il mio interese si volse verso questi due fratelli che col tempo divennero i miei consueti compagni di giochi. L’essere io più grande di loro mi responsabilizzò e io divenni il loro fedele protettore, specialmente quando si era insieme ad altri bambini o si andava fuori per la solita passeggiata.
Non mancò però in quegli anni la malattia. Io, imprudente per natura, mi presi un tremendo tifo, per aver mangiato mandorle verdi raccolte sotto un albero, in piena terra. Fu una lunga e noiosa malattia, che mi costrinse a letto per ben quaranta giorni, curato da un bravo medico, don Pippi, che, non disponendo ancora della penicellina, mi curò con la clas- sica dieta di latte e nient’altro. Figuratevi come mi ridussi! Alzatomi, e guardatomi allo specchio, rimasi esterrefatto e mi misi a piangere ama- ramente e disperatamente: ero ridotto pelle e ossa! Fu una grande gioia per tutti i miei rivedermi in piedi. La mamma vestì col saio di s. Antonio mio fratello Vincenzo, perché così allora si usava per onorare il santo, “per grazia ricevuta”: avevano tutti pregato per me.
Termina qui il racconto relativo alla mia prima infanzia, ma potrebbe continuare in un altro capitolo, per narrare la mia vita da più grandicello, quando la mia indole dolce e tranquilla cambiò e divenni un ragazzo alquanto bizzarro e inquieto, sicuramente per le cattive compagnie ...

Prof.Antonio Martano














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