III°Capitolo - Nonno Pasquale - nardoartt.it

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III°Capitolo - Nonno Pasquale

Era Un Mondo...


                                 NONNO PASQUALE


Parlando della mia infanzia, in un altro racconto, ho accennato a mio “Nonno Pascali”, ma il caro ricordo che serbo di lui, l’educazione, gli ammaestramenti che da lui ricevetti insieme a qualche vizietto di troppo, mi inducono a dedicare interamente a lui questo racconto.
Egli era mia nonno per parte della mia seconda mamma, Nina, una dei suoi cinque figli. Era sposato, non si può dire felicemente, a quanto ricordo, con una donna brontolona e litigiosa che non gli dava mai pace. Ecco perché il poveraccio, per dimenticare o forse per evadere da quell’oppressione e da un insostenibile clima che si era stabilito nella sua famiglia, preferiva frequentare una bettola, la migliore e più fornita del paese, nonché la meno malfamata, ove nei deliziosi fumi del vino affogava tutte le sue ansie e svanivano i dissapori famigliari e le frequenti mortificazioni che egli, così buono e paziente, non meritava proprio.

Forse il bene, l’amore che mi profuse largamente e generosamente per tutta la vita questo povero contadino, derivava dal bisogno di volgere altrove i suoi naturali affetti di padre. E sì che due suoi figli, i soli maschi, Vincenzo e Cosimo,soldati nella I Guerra mondiale del 1915-18, non erano più tornati, caduti sul fronte, in combattimento. Egli aveva fatto tanti sogni e riposte tante speranze su questi due giovani figlioli, aitanti, forti e belli, che io nella mia immaginazione mi figuravo dei veri eroi.


Dirò anche che provavo un certo orgoglio per loro che, se viventi, sarebbero stati miei zii, ogni qual volta mi fermavo in piazza davanti alla lapide dei Caduti per la Patria, dove erano scolpiti in ordine alfabetico tutti i nomi dei gloriosi figli della nostra terra, che generosamente sacrificarono la loro giovane esistenza per la Patria.
Egli mi prese subito a volere un bene dell’anima. Ero, del resto, un bravo nipotino acquisito, già ben cresciuto! Anch’io gli volevo tanto bene, perché vedevo in lui un vero e caro amico, al quale non timidamente, come facevo con mio padre, ma con aperta confidenza confessavo le mie ansie, le mie paure, le mie preoccupazioni, i miei piccoli problemi, in verità, allora, abbastanza pochi.
Egli aveva sempre pronta una saggia ed accomodante risposta ed io gliene ero grato, dimostrandogli subito questa mia gratitudine con un lungo e calorosissimo abbraccio.
Come tutti i nonni del mondo, egli mi viziava, accontentandomi in tutto, specialmente soddisfacendo freqentemente i bisogni della mia gola, acquistando apposta per me dolcetti, caramelle, torroncini ed ogni altro ben di Dio, che, pensava, mi sarebbero piaciuti.

Confesso che io mi inorgoglivo al pensiero che egli, tanto avanzato d’età, acquistava solo per me tutti quei dolciumi per farmi felice.
Spesso, verso sera, fatte le sue solite pulizie e vestiti panni civili, perfettamente sbarbato e pettinato, dopo una lunga giornata di lavoro nei campi, si recava alla sua bettola, che aveva un nome per me strano: “Mingulone”. Prima però passava da casa mia o dal negozio di mio padre, per prendermi con sé e condurmi per mano in quella fumosa e maleodorante bettola, caratteristica per quegli odori di fritto misti a quelli dell’arrosto ed alla fragranza aspra e frizzante del nostro vino genuino, che si diffondevano per tutta la piazza attigua e che, certamente, servivano al gestore per attirare avventori nella sua bettola, o quanto meno, per stuzzicare loro l’appetito e la gola.
Io ci andavo volentieri perché anche in queste occasioni mi sentivo venire impellente l’acquolina in bocca, come si dice. Qui egli ordinava subito il solito “pezzetto”, prima di passare al bicchiere - ma che dico? - al bicchierone di vino, che trangugiava tutto d’un fiato. Alla fine del lauto “spuntino”, così lo definiva il nonno, egli ordinava il solito bicchierotto di vino, raccomandando all’oste: “Nu tiscitu ti bicchieri pulitu pi lu agnone”; cioè: un dito di bicchiere pulito per il ragazzo. Io bevevo quel vino con una certa avidità: forse, sin d’allora, presi gusto a pasteggiare col vino !
Altro genere di bene ed altra cura egli serbava per la sua Lena.

Era questa un povera ciuca, un’asina ormai vecchiotta ed ossuta, sempre col raglio sulla bocca a reclamare i diritti del suo stomaco. Sotto casa v’era la stalla, un localuccio molto buio, ove la Lena, specialmente durante il rigido inverno, aveva la sua “littéra”, (= letto di paglia), sulla quale si accucciava buona buona, dopo aver pasteggiato abbondantemente. Era, insomma, una signora ciuca! Sì, signora, perché la Lena aveva tutte le cure e le attenzioni più raffinate possibili del suo padrone, di non- no Pasquale, che non si sentiva di prodigarne altrettante a sua moglie, per quel suo atteggiamento sempre ostile di brontolona fino alla noia.
Ogni santo giorno il nonno dedicava alla Lena una buona mezz’ora di “brusca e striglia”, un’operazione consueta, quasi un rito, per lui, onde mantenere il pelo della bestia sempre perfettamente lucido e pulito con quel suo energico stropicciamento del pelo con la “brusca”, un grosso spazzolone, e la “striglia”, un arnese di ferro con lame dentate col quale fregava il manto grigio della bestia, che sembrava provasse godimento per questa quotidiana toeletta.
Poi, quando era tempo di raccolta, il nonno e la Lena mutavano dimora, si trasferivano cioè in campagna, dove c’era da curare la raccolta e l’essiccazione del tabacco, l’orto e la vigna.
Qui egli trovava la sua pace, lontano dalla moglie e da tutti: aveva una sorta di predilezione per l’eremitaggio. In questa campagna del non- no io mi recavo spesso col preciso ed amorevole intento di fargli compagnia, anche perché non distava gran che da casa mia.
Mi piaceva tanto vivere all’aria aperta e, lo confesso, di condurre una vita pressocché selvaggia: inseguivo le cicale che frinivano sugli alberi, specialmente su quello di un maestoso noce lussureggiante di fronde e noci, che si trovava di fronte alla casa.

Ma che sorta di casa era quella! Era una casupola coperta da un fatiscente tetto di tegole, invase da un annoso muschio, costituita da un solo ambiente, un monolocale, insomma, come si dice oggi, ma senza servizi, giacché questi erano tutti fuori, intorno alla casa: la cucina di pietra, un rozzo forno di pietra leccese vistosamente malconcio, un rudimentale quanto primitivo gabinetto di decenza, una larga catinella di terracotta per le consuete abluzioni, un rustico tavolo per il pranzo e le relative panchette di legno, il pozzo col suo secchio di latta, ricavato da un barattolo di lamierino, che mio padre forniva al nonno dopo averlo svuotato delle sarde salate che esso conteneva. Erano tempi di magra, quelli, e la gente si arrangiava come meglio poteva. Io l’aiutavo, povero nonno, in quei lavori che, per la sua età avanzata, egli non riusciva a fare: mi arrampicavo sugli alberi di fico per raccogliere i fioroni e i fichi, lo aiutavo ad abbacchiare le noci e le mandorle, raccoglievo dall’orto la zucchina ed i pomodori, tiravo l’acqua dal pozzo per le innaffiature, ecc. ecc.
Ne ricevevo di tanto in tanto qualche soldino, per me prezioso, che mettevo da parte per pagarmi il biglietto del cinema, allora muto, per l’ultimo ordine dei posti, del loggione, dove preferivo rifugiarmi per sfuggire al controllo del capo, di mio padre cioè, che usavo chiamar così per quella sua aria autoritaria nei miei riguardi. E faceva bene, caro papà mio, perché io ero un tipino alquanto ribelle e, diciamo pure, discoletto!
Il loggione del Cinema comunale aveva la forma di un anfiteatro romano, per quei suoi ampi gradoni di pietra a semicerchio, dove io trovavo la mia pace ed il mio divertimento, perché mi univo a certa teppaglia di ragazzi e di adulti, che sadicamente lasciavano cadere giù nella sottostante platea bucce di lupini, di castagne, di semi di zucca abbrustoliti. Bisognava sentire la corale reazione di quella gente laggiù! Bestemmie, grida, imprecazioni e certi epiteti irripetibili che lanciava all’indirizzo dei maleducati autori dell’incivile gesto; i quali, in verità, mi turbavano perché, pur divertendomi, li ritenevo indecorosi e del tutto provocatori, come infatti erano, perché la reazione dei malcapitati era accolta da quella discola teppaglia con un sonoro coro di risate. Qualche volta ci piombava addosso la Guardia comunale, per individuare gli autori dell’incivile gesto, ma ci trovava tutti lì buoni, con una faccia d’angelo, e non gli riusciva mai a compiere felicemente la sua missione poliziesca.

Se qualche volta, per mia disgrazia, mio padre veniva a sapere che, malgrado il suo divieto assoluto, io ero andato al cinema, erano botte davvero! Allora interveniva il povero nonno Pasquale, giurando e spergiurando che non era affatto vero che io ero andato al cinema, proprio perché ero stato tutta la sera con lui all’osteria di “Mingulone”.
Non che il nonno fosse un bugiardo. Ma capivo che egli, nella sua grande bontà e per il gran bene che mi voleva, inventava l’inconfutabile alibi per risparmiarmi spiacevoli castighi.
Una cosa né io né i miei genitori riuscivamo a spiegarci: come mai il nonno era capacissimo di raggiungere, di notte e al buio pesto, la sua casupola di campagna, passando per una straducola costellata di pozzanghere, senza bagnarsi i piedi e senza mai prendere un raffreddore anche se, badate un po’, brillo, a sera, lo era quasi sempre. Era proprio un mistero !
Era una gran gioia per me quand’era l’8 del mese di settembre, giorno della festa della Madonna delle Grazie, che si venerava, come ancora si venera, in una chiesetta attigua al convento dei Frati francescani, nel vicino comune di Galatone. Era questa una festa eccezionale, per le splendenti e artificiose luminarie ed un mercato che poteva ben definirsi nell’insieme un gran bazar, tantissimi erano gli articoli d’ogni genere esposti sulle mille bancarelle, molte delle quali sconnesse e fatiscenti, almeno come il mio occhio vigile ed osservatore notava.

A questo santuario della Madonna, per consuetudine, che dura non so dire da quanti anni e anni, accorrono, puntualmente da tutti i paesi vicini e dalle campagne, numerosissimi devoti per pregare, far voti e chiedere grazie alla miracolosa Madonna. Qui il nonno, per voto e per chiedere grazie, diceva egli, si recava puntualmente ogni anno. Con lui ci andavo anch’io con regolare assenso dei miei genitori.
L’attesa era travagliata da tutta una notte insonne, tant’era in me l’ansia di partire a cavallo della Lena! La mattina presto ero pronto. Il nonno mi sistemava per benino dietro di lui sul dorso della ciuca, dove aveva con cura steso un sacco di iuta ben ripiegato, perché il mio sederino non patisse troppo sull’ossuta bestia. Previdente com’era, egli, per i miei bisogni di ragazzino, metteva addosso alla Lena il basto nuovo, quello della domenica, e riponeva nelle due sacche una bottiglia d’acqua, qualche frutto di quelli della sua campagna, due belle fette di pane casereccio condito con una “croce d’olio” ed un po’ di sale e quanto riteneva necessario ed utile per il viaggio. Io prendevo, dunque, posto dietro di lui ben imbacuccato, perché di mattina presto a settembre, faceva freddo. Non era ancora spuntato il sole, quando la scarsa visibilità ti consente appena di procedere, che il nonno, assunto il comando della eccezionale spedizione, dava alla Lena il via con un suo linguaggio convenzionale, il quale, per dar l’ordine della partenza era un “Aaa!” rauco e prolungato, imperioso e inconfondibile per la povera bestia, ch’era nata per servire ed obbedire. Essa si muoveva subito col suo solito passo calmo e tranquillo, che io umoristicamente definivo da tartaruga, naturalmente, scherzando.
Attraverso la campagna, per stradine sconnesse e sentieri tortuosi e solitari, ben noti al nonno, si andava felici e tranquilli in un mare di verde, olezzante di fresco per le recenti pioggie, verso il santuario. I vigneti, ormai spogli del loro frutto, mostravano tralci dimessi con ancora i pampini rosseggianti per l’incombente autunno e davano alle ampie distese, che si perdevano a vista d’occhio, un vivace aspetto policromo, luccicante per la recente brina. Già il sole iniziava a far capolino all’orizzonte ed il cielo si tingeva di mille toni di rosso; i suoi raggi svettavano luminosi tra le rare nubi cinerine, offrendo uno spettacolo meraviglioso e godibile; un immenso dipinto, opera eccelsa d’un inimmaginabile artista.

Alle prime luci la natura si vivacizzava come per un magico incanto: mille voli d’uccelli, per lo più di gazze e passerotti, intrecciavano danze frenetiche per l’aria tersa e serena del primo mattino, forse felici di vivere in quella solitaria campagna e beati per la mancanza assoluta di schioppi e fucili, i loro temuti nemici.
C’era più rispetto, a quei tempi, per queste care bestiole, sorelle di S. Francesco!
Era per me un giorno di piena contentezza, come per il nonno: lo si capiva chiaramente perché, in quella particolare circostanza, quando ci sentivamo proiettati in un mondo di sogno, era la volta che il nonno intonava colla sua voce baritonale arie contadine e stornelli, che io accompagnavo con la mia voce argentina, come può essere quella di un bambino di sei anni. Il tutto era perfettamente cadenzato dal passo lento della Lena, che procedeva per la sua strada, libera dalle briglie e fiera del suo compito.
Tanto bastava ad accorciare il tempo e si era già al santuario della Madonna delle Grazie.
Il nonno, prudente qual era, legava la sua Lena a un albero d’ulivo, le situava una capace borsa di tela al muso, fermandogliela per bene al collo, con dentro abbondante avena, forse perché non si infastidisse nella lunga attesa.
Allora, con tanta religiosità e con un viso che emanava una sincera compunzione per l’atto pio, che andava a compiere da buon cristiano, mi prendeva per la mano ed andavamo nella chiesetta della Madonna per pregare. Ed egli pregava, sì, pregava caldamente. Io ascoltavo commosso le sue preghiere fatte di semplici ed accorate parole, rivolte con tanto ardore alla Madonna, la cui effigie era là, sull’altare adorno di mille fiori, ad ascoltare con un viso apertamente materno le preghiere e le richieste di grazia dei suoi figli.

Le sue calorose preghiere erano tutte per la famiglia: raccomandava alla Vergine santissima la sua famiglia e la salute dei suoi figlioli, nonché, pensate, la sua donna con la quale, lo sapete, non viveva proprio in perfetta armonia. Chiedeva con voce dimessa, ma pia e calorosa, buoni raccolti nella sua campagna e tanta salute per la sua persona e per me, che gli stavo accoccolato accanto come un pulcino.
Stando ai fatti, credo proprio che la Madonna delle Grazie lo ascoltava, esaudendo a puntino le sue fervide preghiere.
Io poi curiosavo, nel seguire gli atteggiamenti strani e le grida, a dire poco, isteriche di alcune donne, di solito vestite di nero, che rivolgevano ad altissima voce le loro richieste di grazie alla Madonna, come per forzarla ad intervenire a sanare le loro disgrazie.
Non riesco però a togliermi dagli occhi, ancor oggi, dopo tanti anni, la sconcertante scena di alcune donne, anziane e non, che partivano carponi dalla soglia della chiesetta e, strisciando sul pavimento la lingua, si trascinavano fino ai piedi dell’altare della Madonna, dove concludevano la strana e, diciamo pure, per nulla igienica penitenza con un isterico pianto e sonore invocazioni d’una grazia.
Terminato il rito religioso, officiato da un frate francescano barbuto, baciata devotamente la santa reliquia, si andava alla fiera-mercato, addobbata a dovere, con quelle artificiose e coloratissime luminarie, ancor in uso nelle feste di paese.

La prima visita si faceva al banco di un vecchio e caro amico del nonno, che preparava ricche “pagnotte” imbottite d’ogni ben di Dio e mesceva in capacissimi bicchieri di terra cotta un vino d’eccezionale qualità, il “lacrima Christi”, che ben ricordo per il suo particolare gusto e colore, che ancora oggi mi procuro spesso presso la Cantina, fonte di produzione, per colorire ed arricchire la mia tavola, perché non riesco a pasteggiare con piacere se non accompagno i miei pasti con del vino generoso, poco, intendiamoci, ma buono!
Poi si faceva la solita passeggiata in lungo e in largo per la fiera, che io ammiravo per tutto quanto di bello vi era esposto. Immancabilmente si faceva la solita fermata alla baracca dei giocattoli, anche perché io cercavo tutti i modi per passarvi davanti. Li guardavo tutti, ad uno ad uno, con gli occhi spalancati dalla meraviglia. Li avrei voluti tutti ed ero indeciso nell’imbarazzo della scelta. Poi ricevevo dal nonno un amorevole invito a scegliere.
I miei occhi spalancati spaziavano veloci su tutto quel mare di meraviglie che m’incantava, ma poi interveniva un brusco “Sbrigati!” del nonno e la mia scelta cadeva sulla solita palla di gomma, allora cosa assai rara, per cui noi ragazzi ne confezionavamo con una calza ben imbottita di cenci. Quel regalo era una gran cosa per me, perché con esso io riuscivo a calamitare intorno a me tutti i ragazzi del rione.
Quando il giro della fiera era concluso, rimpinzati a dovere d'ogni cibaria e di bevande, era d’obbligo il solito riposino all’ombra ristoratrice del fronzuto ulivo, cui era legata la Lena, perché il sole era già alto e faceva sentire i suoi ultimi ardori dell’estate morente.

II ritorno a casa era più tranquillo, almeno per me, perché ormai la frenesia di giungere presto alla fiera era svanita.
Per il solito itinerario si ritornava al paese, felici della bella passeggiata, anche se il mio povero sederino risentiva tanto della durezza e del- la spigolosità delle ossa della Lena, che, nel suo pur lento incedere mi faceva subire certi colpi che io, poveretto davvero, zitto zitto, per non compromettere i futuri viaggi, incassavo, anche se cercavo in qualche modo di attutire muovendomi col corpo a destra e a sinistra, seguendo insomma l’andatura della bestia.
Poi il nonno mi consegnava a casa, e la festa era finita.
Ma io ero tanto felice!


Prof.Antonio Martano


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