VIII° Capitolo - Lu Pittaci - nardoartt.it

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VIII° Capitolo - Lu Pittaci

Era Un Mondo...
LU PITTACI
“Pittaci” un tempo si chiamava un piccolo rione del nostro centro storico, cui confluivano budelli di strade e stradine tortuose ed anguste, proprie di quando si andava a dorso d’asino o di cavallo.
Sarebbe un vero problema oggi se un’automobile ai avventurasse in quell’intrigo di straducce, dove a tratti due persone a braccetto passerebbero appena!
La rumorosa vita del “pittaci” era chiusa tutta lì, su di una piazzetta lastricata in maniera piuttosto sconnessa o addirittura in terra battuta dai frequenti viavai della gente che vi abitava. Sulla piazzetta si affacciavano modeste casupole, spesso veri e propri tuguri, privi talora di finestre e prese d’aria, dove l’aria stagnante dava all’ambiente un certo caratteristico odore di umidità, al limite, insomma, della vivibilità.
Raramente si vedeva qualche vera casa di gente, che aveva qualche possibilità, per entrate di mestiere più redditizio. I più erano domicili di povera gente prolifica, chiacchierona, litigiosa, ma timorata di Dio.
Le famiglie, prevalentemente contadine, praticavano il baratto, o scambio di merci, con gli artigiani; forse un lontano retaggio dell’economia curtense in voga nel Medioevo.
La piazzetta era sempre animata da frotte chiassose di bimbi, non di rado scalzi, mocciosi per personale trascuratezza, vocianti ed allegri, ricchi di fantasia: giacché, esauriti i giochi tradizionali della “nascareddha”, (nascondino), dello “zumpa e sarda”, (corri e salta), dei “monticini”, di noci o altro da disfare con lancio da lontano di una pietra piatta, ne inventavano altri lì per lì, abbastanza geniali e divertenti.
I più, quelli tra i quattro e i sei anni d’età, portavano dietro una vistosa “pitaccia”, un lembo di camicia, che sporgeva da un’apertura praticata al pantaloncino, spaccato appositamente dietro per rendere al piccolo più agevole il “far bisogno” corporale.
Le bambine erano più calme e riservate, anzi non apparivano quasi mai in una mescolanza di sessi, il che sarebbe stata cosa assai grave per le poverine con conseguenti sonore sculacciate dei loro genitori ... Ed erano botte davvero!
Le più grandicelle, le “caruseddhe”, le giovinette, erano più calme, riservate e pudiche, tanto da non apparire mai nella piazzetta a pettegolare con i ragazzini, anzi li scansavano come se avessero la peste addosso. Esse erano sempre in ordine, pulite nei loro vestitini freschi di bucato. Amavano agghindarsi di modesti, ma lucidi monili e sistemare tra i capelli l’immancabile “nnocca”, un fiocco vistoso fatto di nastro rosso o bianco o di altro chiassoso colore, che aveva una vaga sembianza di farfalla posata sulla loro bella chioma, sempre perfettamente curata. Bisogna considerare che a quei tempi di magra non esistevano le parrucchiere, come oggi, che gestiscono lussuosi locali, dei veri e propri laboratori di bellezza, provvisti doviziosamente di sofisticatissimi strumenti, di unguenti, profumi, balsami, tinture ed ogni altra diavoleria che, come per magia, trasformano le donne, talora, da brutte a belle. Loro stesse, le ragazze, allora si improvvisavano parrucchiere e, aiutandosi l’una l’altra, scambiandosi la delicata prestazione, si pettinavano nelle loro case, si acconciavano i capelli in poche e semplici maniere. Così, senza spendere gran che, come invece ora s’usa pagando alle parruchcchiere conti abbastanza salati, si facevano belle: bastava un fiore o un pettinino di tartaruga tra i capelli per rendere perfetta l’opera.
La loro vita nel “pittaci” era abbastanza monotona ma laboriosa; mentre le bambine giocavano a “cummari”, comari, e si trastullavano con le loro fantasiose “pupe”, bambole fatte di stracci e di niente, le “caruseddhe” si riunivano, ora in casa dell’una ora in casa dell’altra, a ricamare, a far tombolo, a lavorare alla paziente arte dell’uncinetto, imbastendo insieme meravigiosi cori, che era un vero diletto ascoltare.
Veri miracoli d’arte del ricamo sortivano da quelle delicate manine di fata. Il ricamo, col passare degli anni, è diventato il mestiere domi¬nante delle nostre brave ragazze. Esso infatti ancor oggi costituisce il vanto e l’orgoglio delle nostre operose donne che, col loro virtuoso talento, hanno reso fiorente l’industria del ricamo nella nostra città.
Il loro lavoro costante e paziente era però tutto dedicato all’appronta¬mento della “tota”, della dote, che i genitori, con l’acquisto di capi di biancheria e col frutto del quotidiano lavoro delle figlie, preparavano in tempo, riponendola accuratamente nella cassa, nel baule, per consegnarla poi alla figlia quando, volendolo Dio, andava sposa.
La consegna della dote era, per gli abitanti del “pittaci”, un avveni¬mento straordinario, uno spettacolo da non perdere, insomma. Una setti¬mana prima del fausto evento, la “tota” veniva esposta, come in una lar¬ga vetrina, nella casa della sposa, perché tutti - amici, vicini di casa, parenti, anche e specialmente quelli acquisiti col matrimonio della figlia - la ammirassero, la osservassero e, inevitabilmente, la valutassero. E a questo punto immancabilmente scappava la velenosa frecciata della comare vicina di casa che, magari, aveva una figlia già attempata che non aveva ancora trovato marito. Più ricca era la “tota”, più grande era¬no l’orgoglio e il vanto dei genitori.
A dire il vero, quella cerimonia per noi ragazzetti era un avvenimento trascurabile, anzi abbastanza noioso, anche perché ci si imponeva un certo contegno e silenzio, per il ricevimento, che interessava tutto il vicinato.
Confesso però che rimasi a dir poco sconcertato quella sola volta che, casualmente, assistetti alla consegna della “tota” ad una sposina che era “fuciuta”, scappata di casa col suo ragazzo/futuro sposo, senza il doveroso consenso dei genitori e senza la rituale benedizione che, badate bene, non veniva neppure dopo aver celebrato il rito nuziale, tanto era il dispiacere arrecato a mamma e papà.
La madre della sposa, tanto delusa e indispettita, stese la “tota” sul pavimento di casa e vi passò sopra più volte a piedi nudi, disperandosi e piangendo la sua disgrazia di non aver visto coronato un suo legittimo sogno di mamma. Poi, in un mutismo assoluto, avvenne la mesta consegna, tra la disperazione e il pianto della povera sposina che, scappando da casa col fidanzato, aveva inteso accelerare il tempo di convolare a nozze. Questa era la triste cerimonia della “tota stumpisciata”, della “dote calpestata”. Poi il tempo sanava ogni piaga e tra abbracci e baci veniva la pacificazione.
Ma non ho descritto in qualche modo il “pittaci”. Lo farò, almeno per quanto riesco a ricordarlo, limitatamente, certo, a quelle realtà che impressionarono il mio candore di fanciullo. Ho qui fisse nella memoria queste cose: la grande e spaziosa “pila” comune, una grossa vasca di pietra leccese, per il lavaggio della biancheria e degli indumenti; lunghissimi “fili”, tenditoi, dove tutte le donne stendevano i panni a sciorinare; il pozzo comune col suo capace secchio di latta col quale si attingeva l’acqua necessaria a tutti gli usi di casa; la statuetta di pietra di un santo che, impassibile, dalla sua nicchia provvista di uno sportellino di vetro, ascoltava preghiere, riceveva devoti inchini e qualche dono per grazia ricevuta; e poi ..., rabbrividisco a ricordarlo, v’era in un angolo remoto, discrezionalmente occulto alla vista della gente, “lu cacatura”, un capace pozzo nero nel quale di buon mattino le donne furtivamente rovesciavano “cantari e rinali”, vasi da notte, contenenti ovviamente escrementi umani, che diffondevano per alcune ore nel “pittaci” un non certo delizioso fetore.
E come posso poi dimenticare il continuo litigio e lo scontro canoro delle “cummari”, le comari, che ne trovavano di tutto per cantarsele? Sì, se le cantavano, e come!
Esse, le madri, erano caparbiamente gelose delle figlie: ogni motivo era buono per decantarne le virtù: bellezza, bontà, purezza, innocenza, ecc. ecc.
Se tra due di queste “cummari” sorgeva un certo contrasto o litigio a causa delle rispettive figlie da marito, si spandeva per il “pittaci” alta e canora la stornellata dell’una:
Ca figghiata ghe propriu na scamosa non troverà nu fessa cu la sposa!
E subito seguiva di contro la risposta canterina dell’altra:
Figghiama ghe scamosa ma ghe bona,
Pensa alla toa ca pare na cilona!
E di rimbalzo l’altra:
Ci no ghe beddha co’ la figghia tua, l’antanu pi la tucazione sua!
E di ritorno l’altra, ancora:
La tucazione sua, cummare mia, stusciatila ddo sai, notte e dia!
E il duello canoro continuava su questa solfa con un inevitabile crescente sarcasmo tra la curiosità della gente che si accalcava nei pressi dove avveniva il certame, fino a quando i rispettivi mariti, persone compassate e nemiche del pettegolezzo, non ponevano fine alla chiassosa sceneggiata, prendendo le consorti per i capelli, trascinandosele a viva forza in casa e chiudendovele dentro a sbollire per qualche tempo gli eccessi della loro rabbia.
Noi ragazzini eravamo degli ingenui, casuali spettatori che non coglievamo a fondo il significato dei mordaci stornelli di quelle donne, a dir poco, scalmanate.
Il “pittaci” veniva accuratamente agghindato dai ragazzi e dalle ragazze quando ricorrevano le feste tradizionali o quella del santo posto nella nicchia del rione a protezione di tutta la comunità, per iniziativa e devozione di qualche miracolato, testimone impassibile di quanto acca- deva di bello e di brutto nel “pittaci”.
In quella festosa circostanza il pettegolezzo, le parolacce, i litigi delle comari tacevano. Era festa di gioia, bisognava essere allegri e buoni !
Ma che feste erano quelle! Cose da poveracci! Si stendevano da muro a muro lunghi festoni fatti di tralci d’edera costellati da variopinti fiori confezionati con della carta velina; si esponevano alle finestre ed ai balconi delle case bandiere e bandierine di carta e a mezzogiorno, prima di andare a pranzo, si mandava al cielo l’immancabile “pallone”, confezionato anch’esso con carta leggera da artigiani d’allora, ora quasi scomparsi, che si gonfiava con aria calda emanata da cenci intrisi di petrolio legati al centro della sua imboccatura: e vi si dava fuoco tra gli evviva di tutti. Sul più bello, quando il pallone si gonfiava per l’aria calda immessavi, si lasciava librare verso il cielo ed andava a confondersi tre le nuvole fino a sparire alla vista di tutti, lasciando amareggiati noi ragazzini, che l’avevano seguito col naso all’insù fino a quando non era del tutto sparito.
Quello del pallone era un rito che, puntualmente, si ripeteva in ogni festa. A volte, quando si disponeva di certe possibilità finanziarie, per una sollecitata questua tra le famiglie, si invitavano a confezionare palloni anche altri artigiani dei paesi vicini. Allora si stabiliva un’accesissima gara tra gli artigiani, sorretti da focosi tifosi dell’uno o dell’altro, diciamolo pure, artista. Ed erano sempre litigi e la gara si concludeva senza vincitori né vinti.
Ad accentuare il clima festoso veniva invitata dal comitato la “banda ti li surici", la banda dei topi, detta così perché era formata da tre soli componenti: un tamburello, i piatti e la trombetta, suonata dal direttore del complessino "Cricoriu lu cecu". Gregorio il cieco, un caratteristico omaccione dalle gambe arcuate come quelle dei cavallerizzi, grasso e rubicondo, ma dagli occhi spenti, rivolti costantemente verso il cielo, forse a cercare la luce, l’immenso bene che disgraziatamente gli mancava. Suonavano marcette allegre e riscuotevano applausi a non finire, specialmente quando la festa a sera tardi si concludeva con le immancabili note del “Piave”.
A questo punto la festa si chiudeva con l’accensione di una fragorosissima batteria della premiata ditta locale, situata su lunghi assi di legno, che terminava con lo scoppio assordante del cosiddetto “colpo secco”, il quale faceva tremare i vetri delle finestre e sobbalzare tutti gli astanti. Così dunque si concludeva la serata, trascorsa nel più sereno giubilo di tutti. Che bel mondo allora...! Peccato che non è più!

Prof. Antonio Martano


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