XIV°Capitolo - La Scomparsa Del Nonno - nardoartt.it

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XIV°Capitolo - La Scomparsa Del Nonno

Era Un Mondo...
LA SCOMPARSA DEL NONNO

Una triste mattina d'inverno, quando il cielo è grìgio ed il sole manca ed il gelo non ti permette di mettere fuori dall'uscio di casa il naso paonazzo per il freddo e senti impellente il bisogno di mettere nello stomaco bevande calde, rincantucciandoti accanto al camino per godere i tempori del fuoco vivo, qualcuno bussò alla porta.
Una donna dalla voce concitata e, nello stesso tempo, piagnucolosa, annunciò a mia mamma, ch'era accorsa all'uscio, la triste notizia che il mio nonno Pasquale era morto. Intuii subito ch'era successa una disgrazia quando sentii piangere dirottamente la mamma, che gridava: "povero papà, povero papà". Mi precipitai tra le sue braccia per consolarla e per piangere con lei il povero nonno mio ch'era volato in cielo. In quell'intenso abbraccio sentii la fusione di due anime sofferenti per il medesimo dolore, la commozione intensa per la scomparsa di una persona cara, che ti spinge a stringerti forte al petto di chi con te la condivide
appieno. Scappammo via subito da casa non curanti del freddo pungente, che ci tagliava la faccia e ci intirizziva i piedi costretti a guazzar per le fosse colme d'acqua gelata, disseminate per la strada di campagna.
Appena messo piede nella casa di campagna, ove il nonno viveva, rimasi, a dir poco, impietrito! Non avevo mai visto un morto! Fui preso da un indescrivibile dolore nel vedere quel corpo inerte nell'immobilità della morte, sbiancato in viso, ormai privo di quel noto colore rubicon- do per quel suo smodato bere del vino, ch'era la sua quotidiana medicina, come"egli, pover'uomo, lo definiva. Fui preso subito da una strana
sensazione di vuoto, mi mancaron le forze e "caddi come corpo morto cade"!
Per dirla in breve, svenni! Era dolore, era spavento di fronte ad un cadavere, era costernazione? Non so proprio esprimere la strana sensazione che s'impadronì di me in quel particolare momento. Dopo pochi minuti di tale incoscienza, però, mi ripresi con nel mio nasino uno strano odore acre di aceto, che la nonna, premurosa mi aveva fatto inspirare. Scoppiai allora in un pianto dirotto, che nessuno dei miei cari, che erano accorsi intorno a me, riusciva a frenare. Ricordo la grande amore- vole pena della nonna mia, che raccomandava: "Lasciatelo piangere, povero ragazzo, così darà sfogo al suo dolore per la morte del suo caro nonno!"
Ripresa coscienza, un naturale slancio d'amore mi spinse verso quel corpo inerte, irrigidito dalla morte. Lo abbracciai come sempre facevo quando lo incontravo e piansi, piansi tanto finché non venne naturale la prostrazione e caddi in un profondo mutismo, che, a dir il vero, impressionò, e molto, tutti i miei cari.
Assistetti impassibile, come fossi impietrito dentro, a tutte le operazioni: la vestizione del cadavere, la sua composizione sul letto di morte, la preparazione della camera mortuaria, la sistemazione delle sedie, la copertura con panni degli specchi dei mobili ecc.
Povero nonno! Com'era consuetudine d'allora, egli aveva preparato tutto l'occorrente per la "buona morte" come usava dire. Dal suo grosso baule di legno scuro la nonna tirò fuori un grosso fagotto contenente tutto l'occorrente in caso Dio l'avesse chiamato: era lì bello e stirato un vestito nero di vigogna, una camicia di candido lino, una cravatta nera, un paio di scarpe di vernice con dentro pronti dei bei calzini! Un vero e proprio guardaroba, insomma, come quello che si appronta per andare ad un "Gran Gala"!
Quando tutto fu pronto, avvenne nei miei occhi come una trasfigurazione dell'immagine del nonno, che poco prima mi aveva spaventato: come mi parve bello e sereno il nonno mio sul letto di morte!
Lo guardai fisso negli occhi come per attendere da lui qualche parola, un cenno di vita: ma niente!
Con le mie manine posi tra le sue mani, ormai irrigidite dalla morte, un rosario che la nonna mi porse. Mi parve d'aver compiuto un rito cristiano e mi commossi ancora. Sentivo in me una profonda tristezza per il distacco, che, capivo benissimo, era irrimediabile. La morte si portava via, e per sempre, una parte di me, un amico, un confidente, un edu- catore, il solo che, dopo i miei genitori, meritava il mio affetto ed il mio amore.
Guardandolo fisso negli occhi spenti, rievocai col mio pensiero (oh magico potere della mente umana!) i giorni più belli trascorsi insieme, le nostre gite in campagna a vistare i vigneti, che egli curava meticolasamente, le lunghe cavalcate colla sua fedele ciuca, l'ossuta Lena, che mi aveva portato e strapazzato sul suo scomodo dorso di qua e di là al Santuario della Madonna delle Grazie, la lunga cavalcata mattutina per la campagna, l'arrivo al Santuario, la santa messa officiata dal solito monaco barbuto, le sue preghiere recitate ad alta voce perché fossero meglio ascoltate dalla Madonna, alla quale chiedeva salute e benessere per tutta la sua famiglia, compresa la sua Sanarica, la quale, come ho già accennato in altro racconto, non gli andava più tanto a genio per una certa incompatibilità di carattere. Quanto era buono mio nonno! Quando pregava, ogni risentimento, ogni incomprensione verso la moglie sparivano e da buon cristiano quale egli era, pregava sincera- mente per tutti i suoi cari.
In questo stato di quasi eccitazione ripercorsi con la mia mente le sue attenzioni per me, unico nipote, sul quale aveva accentrato tutto il suo amore dopo la perdita di due suoi aitanti figlioli inghiottiti dalla guerra: le sue chicche che mi faceva scivolare in tasca di nascosto dai miei, che non mi volevano viziare, le sue visite insieme a me tenuto per la mano alla bettola, ove consumavano il solito "pezzetto" di carne frit- ta o arrostita, innaffiato subito dal bicchiere di vino, del quale appena un dito era destinato alla mia gola, i suoi lucenti "ventini" (monete di nichel da 20 centesimi), che mi consentivano, la domenica, di acquista re un biglietto per il cinema di nascosto da mio padre!
Che tristezza! Ora tutto crollava intorno a me e, credetemi, in quel momento mi sembrava che il mondo intero mi rovinasse addosso!
Passato così il primo triste impatto col dolore, cominciarono i riti: rosari di donne intorno alla salma, i pianti disperati della nonna che con accorato canto funebre rievocava i trascorsi della loro unione, i lamenti struggenti delle figlie e nipoti, un tutto, insomma, che avrebbe fatto piangere anche una persona dal cuore indurito come pietra!
Più tardi, andando avanti negli studi, appresi che in epoca romana e forse anche greca eran dette "Prefiche" quelle donne che, in gramaglie, venivano invitate, a pagamento, a piangere platealmente il morto ed a cantare con caratteristiche forme corali le sue virtù.
Certamente, però, il canto accorato e disperato della mia nonna non poteva minimamente essere paragonato a quello delle prefiche perché esso veniva dal cuore per trascorsa comunanza di vita coniugale, anche se fu spesso disturbata da litigi ed incomprensioni reciproche.
Ora la nonna mi sembrava letteralmente mutata nel suo atteggia- mento verso il suo Pasquale, che giaceva immobile sul letto di morte. Era sparito il suo atteggiamento scostante verso il povero nonno, che pazientemente sopportava tutto. Oh potenza della maestà della morte! Quella donna così affranta e disperata era ritornata ad assumere un atteggiamento di tenera sposa, perché capiva che una parte di sé andava via per sempre e si dissolveva nel lutto eterno. Le sue toccanti parole di rivedersi in pace nell'aldilà mi commossero profondamente. Piansi e piansi confortato dalla mamma, che mi stava sempre vicina, perché capiva benissimo quanto io soffrivo per la dipartita del mio caro nonno, che, in sostanza era stato per me un secondo padre, un educatore, un confidente, un amico impareggiabile.
Poi, quando la notizia della morte del nonno si sparse per il paese cominciarono le visite dei parenti e dei numerosi amici. Giunsero visto¬si fasci di fiori e corone ornate di nastri dorati con sopra scritte dediche e nomi delle persone o famiglie, che esternavano così la loro partecipa¬zione al dolore della famiglia colpita dal grave lutto.
E poi venne il pomeriggio, il momento cruciale del distacco. Per primi vennero in fila i suoi Confratelli capeggiati dal priore della Con- fraternita di San Giuseppe, santo del quale era un gran devoto. Eran vestiti di una lunga tunica bianca ed incapucciati. Perché poi quel cap- puccio, che nascondeva del tutto i loro visi non me lo sono mai spiega- to! Chissà! Quello era il loro vestimento e così compivano da sempre il loro rito funebre per il confratello scomparso. Seguirono poi le "Orfa- nelle" tutte in grembiule bianco con tanto di fiocco celeste, che si disposero intorno al letto del morto e, guidate da una suora, recitarono ad alta voce le loro toccanti preghiere e la "Requiem aeternam".
Toccante per tutti fu l'arrivo dei soci dell'Associazione dei Combattenti con la bandiera tricolore, che sostarono in raccoglimento intorno al letto. Quando il Presidente rivolse alla nonna le condoglianze del- l'Associazione a lei, mamma di due giovani caduti per la Patria nella recente Grande Guerra 1915-18, combattendo eroicamene contro gli Austriaci sul Monte Grappa da meritare una medaglia al valore, riprese il cantolamento della nonna, della mamma cioè, che sentiva riacutizzar- si una ferita più grande per l'atroce, anche se eroica, morte dei suoi due figli unici maschi. Ella piangeva e li indicava colle mani effigiati in due quadri appesi alla parete, belli e aitanti nello loro divisa militare. Il suo lamento, il ricordo dei due figli caduti mossero a commozione palese tutti i presenti specialmente quando il Presidente abbracciò calorosa- mente la mamma dei soldati caduti sul fronte di guerra per la Patria.
Infine giunsero i sacerdoti con la croce per la benedizione della sal- ma. Fu quello il momento della più intensa disperazione e commozione: pianti, grida, svenimenti di donne crearono improvvisamente un cli- ma insostenibile! Sentii, allora, come crollarmi la casa addosso ed unii il mio disperato pianto a quello di tutti.
Mi parve di morire anch'io quando fu sollevata da amici la salma del nonno per deporla nella cassa, una lucente cassa di noce, la eterna dimora del povero nonno. Intorno alla bara si verificò una calca di don- ne, che cercavano di distaccare dall'ultimo abbraccio al consorte la nonna Sanarica, che dava così pietosamente il suo ultimo accorato addio al suo sposo. Poi la cassa fu chiusa per sempre ed il nonno spariva dalla mia vita, lasciandomi sconsolato e dolente. "Addio, nonnino mio caro, addio per sempre! Ci rivedremo un di in Paradiso sotto le grandi ali misericordiose di Dio! "Furono queste le mie accorate parole d'addio, solo pensate però e ripetute con grande intensità d'affetto, che mi saliva spontaneo dal mio cuore di ragazzo.
Quel che mi colpì particolarmente in quest'ultimo atto fu il pietoso ed amorevole gesto della nonna, che depose nella bara il cappello della festa del nonno, la sua pipa, il suo portafoglio ed il rosario insieme al collare della Confraternita di S. Giuseppe. Tutte cose, pensai nella mia ingenuità, che potevano servire al nonno nell'altra vita! Pia illusione di noi martali che i nostri morti vivano ancora dopo la loro dipartita, confortati dal pianto e dalla preghiera dei loro cari !
Si organizzò poi il corteo funebre: la bara fu caricata sul carro funebre, tirato da due bei cavalli, bardati a lutto; accanto al carro si disposero le orfanelle e quattro rappresentanti dell'Associazione dei Combattenti; apriva il corteo la confraternita con suo lungo gonfalone e la Banda Cittadina e, dietro questa, quattro sacerdoti preceduti dalla Croce. Poi tante corone e fasci di fiori ed infine i famigliari, tra cui io, solo, dietro la bara del nonno. Chissà perché mi collocarono là! Forse fu la pietà della nonna e della mamma, che ben sapevano quanto fossi affezioanto al povero nonno, che mi lasciava per sempre!
Il corteo funebre si mosse lentamente al suono toccante della Banda, che intonò una celebre musica, di cui mi sfugge ora il nome del famoso ed illustre autore.
Cosa sentii in cuor mio e cosa pensai per tutto il tragitto da casa alla Chiesa e al Cimitero Comunale ve lo lascio immaginare! Sperai davve- ro che da un moemnto all'altro il nonno si svegliasse e uscisse fuori da quell'odiata bara! Fantasie...! Quando il rito funebre fu compiuto e la bara fu depositata nella Camera mortuaria del cimitero, si tornò a casa più costernati che mai, non senza aver dato un ultimo addio alla salma del nonno, distesa là, nella sua bara, che i becchini scoperchiarono per pochi istanti.
Quando tutti fummo riuniti nella casa della nonna Sanarica ci guardammo muti in viso, ma in tutti era evidente la commozione: era scomparso per sempre il caro nonno e con lui il membro più importante ed autorevole della famiglia, il motore di tutte le attività, cui la famiglia era interessata, la fonte di guadagno,c he per lunghi anni aveva assicurato agiatezza a tutti di casa.
Ma la cosa che più mi colpì il giorno dopo fu questa: di prima mattina vennero a casa camerieri di più bar a portare vassoi colmi di paste, di brocche di caffè e latte, di cioccolato fumante, ecc. A mezzogiorno amici e famiglie più vicini per parantato fecero pervenire il "Cunsulu" (consolo), che consisteva in un abbondante e raffinato pranzo composto da diverse portate, non escluso il dolce. Si mangiò tutti insieme intorno alla lunga tavola, che non avevo mai visto così colma d'ogni ben di Dio!
Fu poi il vocabolario del Palazzi a dirmi l'esatta spiegazione di quel curioso termine: "Consolo” = consolazione, conforto; costume dell'Italia meridionale di recare cibi nlle case dei defunti, per uso dei superstiti, i quali, per il lutto, non possono prepararne."
Io, in verità, mi detti da fare per saziare la mia ingorda gola e secca da parecchie ore, ma devo confessare che, di tanto in tanto, mi tornava in gola un groppo, che mi faceva versare amare lacrime.

Prof. Antonio Martano

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