X° Capitolo - Giosuè - nardoartt.it

Vai ai contenuti

X° Capitolo - Giosuè

Era Un Mondo...
GIOSUÈ
Si vedeva in giro nel nostro rione solo verso mezzogiorno.
Lungo, allampanato, magro come uno stecco, capelli neri, lunghi e fluenti fin giù alla spalla, zigomi ossuti e rubicondi, occhi penetranti e quasi magici. Una larga bocca faceva mostra di rari denti, giallastri per l’immancabile toscanello che spandeva attorno al suo capo un’evane- scente nuvola di fumo, tale da farlo sembrare davvero uno spettro, un fantasma di quelli di certi racconti che ascoltavamo da un saputone del nostro rione.
Questo era dunque Giosuè! Ma. aspettate, non v’ho descritto il resto, sul quale vale la pena di soffermarsi, perché vi darà più completa l’idea di quello che Giosuè appariva a noi ragazzi.
Dal capo scendiamo giù al busto, sorretto da lunghissime gambe che sembravano trampoli, tanto erano stecchite ed ossute. Aveva due lunghe braccia e mani affusolate con delle lunghe ed incolte unghie che sembra- vano artigli. Quando, per un qualche motivo, allargava le braccia come per invocare i santi del Paradiso o la Madonna, sembrava proprio un Cri- sto in croce. Un giorno, per questo suo atteggiamento abbastanza fre- quente, gli mutammo il suo nome storpiandolo in Gesuè, come per dire: è proprio Gesù! Senza esserne, certo, convinti! E sì che Giosuè, come suol dirsi di un poveraccio, era proprio un povero Cristo !
Vestiva una larga giacca grigioverde, appartenuta un tempo a chissà quale gendarme o soldato, di chissà quale esercito, guarnita di luccicanti spalline, con sui baveri mostrine di più colori; dei grossi bottoni lucidis- simi chiudevano la giacca. Sul petto, a destra e a sinistra, brillavano tan- te ma tante medaglie, appuntate un po’ dovunque e disordinatamente.
Si poteva credere che Giosuè fosse un superdecorato. Ma che decorato! A guardarle bene e da vicino quelle erano tutte medaglie di alluminio o di lucida latta, raffiguranti santi del Paradiso e Madonne d’ogni sorta.
Solo due grosse medaglie, anzi medaglioni, erano appuntate simme- tricamente, una a destra e una a sinistra, raffiguranti il re e Benito Mussolini, i quali certamente, sia l’uno che l’altro, dovevano trovarsi a disa- gio fra tanti santi e candide Madonne!
Ma Giosuè era molto fiero delle sue medaglie che amava ostentare quando si fermava a parlare con noi ragazzi, compagni che preferiva ai giovani come lui, gonfiando il petto come un pavone ed assumendo il cipiglio d’un corazziere, che solo per la sua altezza poteva ben sembrare.
Quando Giosuè appariva sulla piazzetta del rione, noi ragazzi gli andavamo incontro intimoriti, ma poi, vinto il primo impatto della sua presenza, entravamo subito in confidenza con lui, che, in fondo, per quel suo vivere randagio e d’elemosina, era rimasto nell’animo un giovane di poche parole, bisognoso del contatto umano, giacché gli adulti, e spe- cialmente le donne, lo scansavano come un appestato.
Noi, seduti attorno a lui sui gradini di una vecchia casa, ci divertivamo un mondo a chiedergli notizie su ciascuna delle sue medaglie ed egli aveva sempre pronta la risposta, indicandole col suo ditone: campagna d’Africa, medaglia al valor militare per una sua azione eroica, campagna d’Abissinia ... E le elencava una per una scorrendovi sopra il suo indice mentre noi, facendoci timidamente più vicini, seguivamo il suo dito dall’unghia vistosamente uncinata che si posava in lenta successione sulla medaglia di s. Giuseppe, della Madonna, di S. Antonio, di S. Giorgio, di S. Rita e così via, fino ad indicarle tutte o quasi, con esauriente moti- vazione.
Non che noi credevamo alla sue parole, perché capivamo benissimo che quelle erano medaglie di quelle che si distribuivano in chiesa in occasione di particolari feste o ricorrenze!
Giosuè, non avendo certo in testa i numeri giusti, amava gloriarsi d’averle meritate per azioni belliche e per certi suoi atti di eroismo, tanto per darsi un tono di vero eroe e di un personaggio importante, specialmen- te quando si trovava tra noi ragazzini ingenui. Allora sì che diventava loquace e spavaldo cone un ammazzasette.
Di fatti, quando si trovava tra la gente adulta o era fermato da giovani o da ragazze, per il solito malvezzo di schernirlo, Giosuè, turbato, restava muto e si limitava a rispondere per cenni o con un secco “no” o “sì” a tutte le domande dei giovani e a quelle curiose e a volte maliziose delle ragazze. Queste poi avevano lo straordinario potere di risvegliare in lui certi istinti di maschio, che lo rendevano audace fino al punto di stendere le mani per fare qualche carezza o per toccare; ma era senpre respinto, povero Giosuè, che la malasorte aveva crudelmente destinato ad esser un po’ lo zimbello della società e casto per forza di cose!
A volte però egli, per mero bisogno, perché qualcosa di sodo gli veniva da un compenso in denaro, accoglieva l’invito a partecipare a qualche festa organizzata dai ragazzi più grandicelli, diciamo pure giovinetti, per esibirsi in certe sue goffe pose militaresche o nel racconto di qualche sua impresa di guerra: il che inevitabilmente suscitava l’ilarità degli astanti.
Se poi i giovani riuscivano a guadagnarsi la sua confidenza con l’offerta consistente di un buon bicchiere di vino o di una sigaretta, Gio¬suè diventava di colpo loquace e sciorinava con evidente gusto certi suoi eroismi di guerra, nel corso dei quali era orgoglioso di aver fatto fuori con il suo infallibile moschetto un soldato nemico. Ma la strampalata figura di Giosuè non è completa se non la si inquadra nell’ambiente, diciamo, familiare e nella sua casa, se così si può definire quella vecchia smessa stalla in cui viveva con la sua nonna Peppa, avendo perduto il poveraccio entrambi i genitori quand’era ancora un ragazzino. La vecchia nonna aveva accolto in casa sua il povero orfanello e lo curava come un figlio, ma la poveretta, per quanto si fosse accuratamente prodigata ad educarlo per bene, non era riuscita a raddrizzare minimamente quella sua indole a dir poco strana e quel suo comportamento che, forse perché gli mancava qualche venerdì, non era del tutto normale.
Ma erano guai seri se qualcuno, anche per scherzo, si azzardava a sot- tolinerae qualche suo difetto! In tal caso Giosuè diventava di colpo furio- so e distribuiva sonori ceffoni al malcapitato. Egli non poteva sopportare certe cose e se la prendeva a morte, si disperava e talora si accasciava, si chiudeva in se stesso e piangeva vistosamente fino a quando non gli si chiedeva dimessamente scusa.
Per noi ragazzini del rione, però, Giosuè restava un caro amico, un bel personaggio a cui eravamo affezionati; gli volevamo insomma tanto bene da aiutarlo in tutto, perfino con delle vivande sottratte furtivamente alla dispensa di casa nostra.
Si sa che la curiosità è innata nei ragazzi: una volta ci spinse a seguirlo fino a casa per vedere dove egli viveva, giacché di lui sapevamo solo che viveva con la sua nonna.
Nel centro storico del nostro paese, in una viuzza angusta e stretta, dal pavimento sconnesso, limitata da fatiscenti casupole coperte da sganghe- rate tettoie, ma vivacizzata da un nugolo di ragazzini mocciosi e scalzi e sudici, figli ovviamente di povera gente, proprio in fondo dove la straducola creava un vicolo ancora più angusto, che chiudeva la strada con una spaziosa piazzetta, tipica proprio del “pittaci”, troneggiava la grande porta della casa di Giosuè. Questa casa, se così si può definire, era stata un tempo una stalla, di quelle che a sera accoglievano molte bestie da soma o da tiro dei contadini del rione, le quali - come ci spiegò un vecchietto che ci faceva, diciamo, da Cicerone - appena varcato l’ampio uscio correvano precipitosamente verso le mangiatoie piene di foraggio, situate tutt’intorno allo stanzone maleodorante, umido e buio per la mancanza assoluta di finestre o di prese d’aria.
Questa stalla, ormai smessa, non servendo più ad accogliere bestie, era diventata la casa di Giosuè e di sua nonna. La povera donna aveva sistemato in un angolo il cucinino e un modesto tavolo da pranzo; in una parte più remota e discreta, dietro una rozza tenda, vi era l’immancabile “cantaro”, il vaso per i propri bisogni, coperto da una pezzuola che faceva le veci della nostra carta igienica.
Una mangiatoia più spaziosa, colma di paglia, coperta da un telo sgualcito, era il lettuccio del povero Giosuè, costretto a vivervi per nera miseria insieme alla vecchia nonna, ormai acciaccata da mille malanni. Il suo volto vistosamente solcato da profonde rughe, la sua bocca sdentata, il naso aquilino abbastanza pronunciato, un fazzoletto scuro in testa adatto a coprire la sua canuta e rara capigliatura, una lunga veste nera stretta ai fianchi da un logoro mantile, ce la facevano sembrare una befana.
Da quel giorno in poi volemmo più bene a Giosuè e a sua nonna: organizzammo con un certo entusiasmo, perché coscienti di far del bene al prossimo, una continua assistenza a favore dei due poveri derelitti.
La vecchia, poveretta, non aveva parole per benedirci e ci raccomandava sempre di ringraziare i nostri genitori, che erano a conoscenza di questa nostra iniziativa e l’approvavano in pieno. Sì grande e spontanea è la sensibilità dei ragazzi per chi soffre!
Un triste giorno venimmo a conoscenza della morte del nostro caro Giosuè. Per noi sembrava una cosa impossibile: Giosuè, ancora giovane, anche se non tanto, con le sue meravigliose medaglie, con quel suo viso allampanato che traspariva tanta bontà, con quel suo, diciamo, fascino che tante volte ci incantava ... No, non poteva morire, non poteva lasciarci.
Ma, purtroppo, accorsi in casa sua. dovemmo constatarlo, col viso grondante spontanee sentite lacrime.
Giosuè era davvero morto! Soffuso dal pallore della morte, il poveretto giaceva immobile nel suo lettuccio, la bocca atteggiata a un cenno di sorriso. Era passato all’altra vita così, senza soffrire, forse fulminato da un infarto.
Gli dicemmo addio, piangendo per una vera e sincera commozione, come poteva essere quella di ragazzetti del rione, semplici, affettuosi e pieni d’altruismo, specialmente per i segnati dalla sorte.
Lo chiusero in una bara di legno rozzo e lo deposero in un carro funebre tutto particolare, costituito com’era da un cassone situato su di un carro a quattro ruote, tirato da un solo cavallo, senza segno di paludamenti funebri. Tale era il “carro fuci, furi” dei nostri tempi, destinato solo ai poveri: una volta caricatavi la bara, si metteva a correre verso il cimitero senza seguito, né preti né banda musicale, come invece s’usava per chi poteva spendere.
Il suo ricordo rimase a lungo vivo in noi ragazzi che pietosamente continuammo ad essere vicini alla povera nonna Peppa, rimasta sola, specialmente in particolari circostanze.

Prof. Antonio Martano
Torna ai contenuti | Torna al menu