XI° Capitolo - Estate In Campagna Dai Nonni - nardoartt.it

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XI° Capitolo - Estate In Campagna Dai Nonni

Era Un Mondo...
ESTATE IN CAMPAGNA DAI NONNI
Dopo le rigide invernate che mi tappavano in casa, infreddolito e sofferente di noiosi geloni e di una fastidiosissima bronchitella, odiosi malanni che ogni anno tornavano puntuali ad affligerni e a rendere cagionevole la mia salute di ragazzo linfatico e gracilino, per consiglio del medico, trascorrevo l’estate con i miei nonni contadini in una casu- pola di campagna: un modestissimo casolare, monolocale, a tetti. Il fitto e smagliante muschio, che si era impossessato col tempo dei coppi di coccio, denunciava l’antichità della rustica abitazione. I servizi, se tali si potevano definire, erano tutt’intorno alla casa, all’aperto: a due passi, il pozzo col suo secchio di latta e la catinella di coccio per le giornalie- re abluzioni e per dissetarsi dalla calura estiva; addossata ad un muro della casa, una rustica capanna coperta di strame era la stalla della Lena, la vecchia signora ciuca di nonno Pasquale, che vi trascorreva beatamete le sue giornate a mangiare e a bere, senza mai lavorare; più in là troneggiava isolato “lu locu”, il pozzo nero, che a passarvi vicino si dovevano per forza subire i nauseabondi miasmi ch’esso emanava, tanto da essere costretti a stringere le nari con due dita.
Un mondo diverso, insomma! Vi si viveva una vita davvero beata e tranquilla, che paragonerei all’”età dell’oro”, tanto sospirata da alcuni poeti latini. Niente veleni nei cibi, che la campagna produceva, curata semplicemente con acqua di pozzo e con abbondante stallatico secco; aria fresca e profumata da una lussureggiante vegetazione; acqua limpi- da “utile et umile et pretiosa et casta”, come la definisce s. Francesco nel suo “Cantico delle creature”; niente motori e macchine assordanti a mietere vittime ogni giorno sull’infuocato asfalto che, allora, non si immaginava neppure.
Io, in verità, ci vivevo bene in quel mondo di semplici cose e d’affetti sinceri; e, credetemi, ci tornerei ben volentieri se una mano magica riuscisse a fermare il tempo che corre e a farmi ritornare indietro di settant’anni!
La casa: un modestissimo monolocale rustico, senza intonaco alle pareti e con un pavimento di terra battuta, puntualmente sparso ogni giorno da candido tufo da nonna Sanarica e, di tanto in tanto, anche da me, che mi applicavo a quel compito con volontà ed attenzione.
L’unico, diciamo, arredo era un letto alto alto, a due piazze, con sotto un altro letto scorrevole fatto di rustiche assi di legno, contenente un saccone gonfio di cartocci di granturco, che chiamavamo “sveglie”, forse perché, a muoversi nel letto, scricchiolavano tanto da svegliare la gente.
Era questo il comodo giaciglio mio che, dividevo volentieri con mio cugino Mimino. Il piano superiore, diciamolo pure così per la sua straordinaria altezza, si raggiungeva montando prima su di una sedia: era que- sto il talamo nuziale di nonno Pasquale e di nonna Sanarica, una coppia di sposi decisamente mal assortita, per essere formata da due persone dal carattere vistosamente differente. Essi mi volevano un gran bene dell’anima ed i loro tempestosi litigi mi divertivano tanto. Spaurito, però, mi mettevo a piangere quando vedevo la nonna mia soffrire e tirarsi i capelli per la disperazione procuratale da un marito che non la comprendeva e che voleva a tutti costi atteggiarsi a padrone assoluto, il despota della casa e della famiglia. E sì che nonno Pasquale sembrava a volte anche a me tale ... Ma egli era fondamentalmente buono. Egli eccedeva ed assumeva certi disgustosi atteggiamenti per via di qualche bicchiere di vino tracannato in più. Egli beveva solo e nient’altro che vino, perché, a suo avviso, quella era la sola bevanda che gli dava forza e salute e che non andava a finire nei polmoni, come invece faceva l’acqua, che favoriva e procurava la pleurite! Così egli la pensava, e guai a contraddirlo!
A tavola gli sedevo accanto e mi toccava bere quel mezzo bicchiere di vino al suo imperioso ordine: “Bevi, ragazzo, ché il vino fa bene alla salute!” Ed io lo bevevo, anche se quel liquido nero mi dava disgusto, essendo io solo goloso di caramelle e chicche varie.
Allorché giungeva la stagione della lavorazione del tabacco, tutti noi di casa eravamo mobilitati, insieme a tre ragazze che il nonno ingaggia- va ogni anno, per la raccolta, l’infilaggio e l’essiccazione delle preziose foglie delizia dei fumatori. Si stava seduti per terra, spalle al muro, 1’ “acuceddha”, un lungo ago d’acciaio, in mano, alla quale ad una ad una si infilavano le foglie di tabacco dalla parte del picciolo; poi, man mano che le foglie riempivano 1’’’acuceddha”, le si facevano scorrere in un filo di spago, formando così la “nzerta”, la filza, la quale si sospendeva subi- to, con due occhielli praticati alle estremità, al “tiralettu”, il telaio di legno, per l’essiccazione al sole.
Era questo un lavoro estenuante e decisamente non adatto a ragazzi della mia età. A sera, quando giungeva l’ordine del nonno di sospendere il lavoro, era uno strazio alzarsi, perché, per il mal di schiena, non riu- scivo a rimettermi dritto!
Il premio era una ricca cena di minestra campagnola, un misto di fave e pane raffermo cotto e condito con olio e peperoncino, che nel ger- go contadino si chiamava “mpanata”, minestra di pane. Divoravamo poi formaggio fresco pecorino, insalata di patate e cipolla, l’immancabile “friseddha”, il pane biscottato, condita con pomodoro, sale e una croce d’olio d’oliva. E non mancava la frutta di stagione che l’orto del nonno forniva in abbondanza, Erano cene allegre e vivaci perché sedevano con noi a tavola anche le ragazze che avevano lavorato tutto il giorno. Canti, stornelli, scherzi d’ogni genere allietavano la serata.
Eseguivo volentieri quel lavoro, anche se mi pesava per la mia gio- vane età, perché sapevo che facevo un piacere al nonno il quale, bontà sua, la domenica mi ricompensava con un lucido e sonante nichelino, una moneta di 20 centesimi di lira. Tanto mi bastava però perché pote- vo acquistare il biglietto per il cinema, al nostro bel teatro comunale, accontentandomi di andare all’ultimo ordine di posti, al loggione, situato in alto, sopra l’ultima fila di palchi. Ci stavo bene e tranquillo perché là non poteva pescarmi mio padre, che mi proibiva di assistere a spettacoli cinematografici che spesso esaltavano al violenza e la forza bruta. I miei beniamini, in quegli anni di piombo del cinema muto e in bianco e nero, erano Tom Mix, Bambù, Ridolini e Charlot. Il povero nonno, come suol dirsi, mi teneva mano e mi aspettava all’uscita per condurmi prima dal mio papà e dalla mamma Giovannina, sua figlia, andata sposa a mio padre in seconde nozze, perché la mia povera mamma era morta per via di quella triste e famosa epidemia della “spagnola”, che tra il 1918 e il 1919 falciò parecchie vittime anche nel mio paese.
Ma il premio domenicale più ambito, che il nonno poteva farmi, era quello di riportarmi alla casina di campagna a cavallo della sua vecchia ed ossuta asina, una docile bestia cui non mancava il cibo, ma che evi- denziava le sue ossa in tutte le parti del corpo. Sedevo dietro il nonno, che abbracciavo per tenermi forte e non cadere giù, quando Lena faceva qualche improvviso scatto. Il mio povero sederino però ne risentiva tan- to per le ossa dorsali che nell’incedere della bestia tormentavano fino allo spasimo le mie carni.
Che beata vita vissi in quei pochi anni della mia fanciullezza, nella campagna del nonno: aria pura; mangiar sano con le provviste dell’orto; le favole della nonna Sanarica; le imprese militari del nonno nella Gran- de guerra da lui raccontate con evidente esagerazione; i vicini di casa: l’indiavolato don Arturo, cui io e mio cugino Mimino rubavamo le pere e i fichi d’india; Rosina, una florida fanciulla relegata in casa dal suo padre-padrone che non le consentiva di incontrarsi col suo innamorato; Peppu, “lu sciancata”, che si trascinava per il suo orticello dove coltiva- va ogni ben di Dio ; e tante tante altre belle cose che restano indelebili nella mia memoria, come un dolce ricordo d’una infanzia vissuta in campagna, per la quale spesso mi punge un pizzico di nostalgia! Dicia- mocelo pure: Era un mondo diverso!
Il mio ingresso al Ginnasio cancellò di colpo tutte queste belle cose e la beatitudine di una vita libera, aH’aria aperta, in campagna, coccolato dai nonni e dai vicini di casa. Ero diventato ormai grandicello ed il mio impegno principale consisteva nell’estenuante studio del latino e del greco, che, devo confessarlo, era per me alquanto pesante e barboso, abituato com’ero alla libertà e alla più beata spensieratezza.

Prof.Antonio Martano


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