VI° Capitolo - Ucciu Ttu - nardoartt.it

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VI° Capitolo - Ucciu Ttu

Era Un Mondo...
UCCIO TTU
A chi non ha dimestichezza col dialetto del mio paese questo nome apparirà quantomeno curioso. “Uccio” non è altro che la parte terminale del diminutivo del nome proprio di persona, Antonio = Antonuccio, in dialetto Ntunucciu. “Ttu”, un tu forte, pronunciato con gran calore d’affetto, è l’aggettivo possessivo “tuo”, così come veniva pronunciato da quel caro giovinotto menomato fin dalla nascita, che stentava a parlare e si esprimeva con monosillabi e a suoni gutturali, incomprensibili da parte di chi con lui non aveva una certa confidenza. Il suo linguaggio, però, era accompagnato da una certa mimica abbastanza eloquente, che a noi ragazzi, che gli stavano attorno gran parte della giornata, riusciva facile a capirsi; e con lui si intavolavano discorsi della più varia natura.
Tra noi, insomma, ci capivamo abbastanza. Egli ci era tanto caro! A me particolarmente era carissimo forse per quella sua disgrazia di essere tra l’altro un povero derelitto, solo al mondo, anche se una sorella, pare l’aveva; ma costei non si dava cura di lui, affidato com’era ad un vecchio maestro elementare in pensione, vedovo e solo, che in Ucciu aveva l’unica persona veramente fedele e premurosa, che gli teneva compagnia in quella vecchia e grande casa, della quale i due erano gli unici inquili- ni, accomunati dalla sorte di essere ambedue soli al mondo. Una fedelissima   domestica, una vecchina tutta pepe e sveltissima, accudiva a tutti i lavori domestici,   compresi quelli della cucina, spesso aiutata da Ucciu per quel che il   poveraccio riusciva a fare ed a capire. Uccio riusciva bene a capire la   vecchia Chiara ed a darle una mano nel suo lavoro quotidiano: bastava che lo   guardasse negli occhi, che Ucciu intuiva il datarsi e le stava dietro come un   fedele segugio per aiutarla come poteva, specialmente per i lavori più   pesanti, perché a lui la cosa che proprio non mancava erano i muscoli, capaci   di sollevare e muovere pesi, cose che la Chiara, così minuta e fragile, non   riusciva a fare. Il povero, Ucciu insomma, per triste ed amaro destino, era   nato solo per obbedire e lavorare!”

Ubbidiva a Chiara, ubbidiva a “Nni”, Giovannino, il suo padrone, un omone chiassoso e brontolone, eternamente sprofondato nella sua vecchia e logora poltrona, ubbidiva a noi ragazzi, quando gli ordinavamo di fare le più strane cose!
Non ricordo una sola volta che ci sia stato in lui un cenno di rifiuto o di reazione ai nostri o agli altrui comandi. Tutto gli andava bene, non aveva bisogno di gran che: panni smessi per vestirsi, frugali pasti a tavo- la e quel po’ di pane raffermo, bagnato nell’acqua e condito con una croce d’olio d’oliva ed un pizzico di sale, che era la sua colazione vesperti- na. In che cosa consistesse il suo pranzo non l’ho mai saputo perché, a mezzogiorno, l’uscio della grande casa del maestro si chiudeva ed il rito del pranzo era impenetrabile a chiunque.
Penso che Ucciu sedesse alla tavola del vecchio padrone, di fronte a lui, abbastanza distante per la smisurata lunghezza del tavolo da pranzo, servito premurosamente dalla vecchia Chiara che, forse sola al mondo, gli voleva un gran bene, per il disgraziato fatto che lei, madre di due femmine, non aveva avuto un tanto desiderato figlio maschio: anche per far contento suo marito, che non nascondeva la voglia di avere anche lui un erede maschio, come tutti i suoi amici!
La sera, Ucciu stava volentieri con noi ragazzi, cui piaceva girare per i vicoli e fare delle scorribande nei rioni vicini, dove altre frotte di ragazzi si univano a noi per organizzare giochi d’ogni sorta, che il pove- ro nostro amico si limitava a seguire interessato, non avendo egli l’agilità necessaria ed i riflessi pronti per intervenirvi.
La sua età, di molto superiore alla nostra, non aveva nessuna impor- tanza. Egli ci stava bene, perché la sua limitatissima intelligenza, i suoi modi di fare abbastanza goffi, il suo linguaggio smozzicato fatto di suo- ni gutturali, ben s’adattavano alla nostra compagnia.
Naturalmente - ora mi vergogno a confessarlo - nella naturale spre- giudicata vivacità di noi piccoli scalmanati Uccio diveniva spesso il nostro zimbello. Sì, il nostro comportamento verso quel poveraccio era, a volte, crudele! Ma in fondo gli volevamo un gran bene, perché egli aveva un’indole buona, era un giovane provato dalla malasorte, un poveraccio menomato nello spirito e nel fisico per quel suo incedere goffo e traballante, per quel suo sguardo spesso evasivo, come se vives- se in un altro mondo. In fondo Ucciu era un bonaccione ed era felice di stare con noi, anche perché certe nostre parolacce o gli inevitabili scher- zi di cattivo gusto non li capiva, per sua fortuna ed anche per nostra fortuna!
Quando qualche rara volta egli si infuriava, reagiva come un ener- gumeno, emetteva rauche grida incomprensibili, dava qualche sberla delle sue, che erano davvero sonore!
Il suo linguaggio si riduceva a ben poche parole, fatte di monosillabi gutturali, emesse però con tanto calore che avevano sempre il tono di un’umile preghiera. “Pa a Ucciu ttu, no?” “Nu sordu a Ucciu tuu, no?” Era- no le sue più frequenti richieste di pane e di qualche soldo. Evidentemente di pane e di soldi in quella casa austera del suo padrone, dominata prepoten- temente dalla voluminosa figura del vecchio maestro burbero e brontolone per natura, non se ne parlava, non se ne vedeva tanto di frequente!
Ricordare oggi, dietro quella nostra chiassosa frotta di ragazzi, a seguirci pazientemente e con una certa fatica, per un suo difetto fisico, nelle nostre frequenti scorribande per i vicoli e i vicoletti che si dirama- vano dal nostro rione ubicato nel centro storico del paese, suscita in me tanta tenerezza per quel povero diavolo, per quell’anima di Dio a cui volevo tanto bene. Io in particolare, infatti, lo trattavo come un fratello maggiore e rari erano gli scherzi di cattivo gusto che mi azzardavo a far- gli. Non lo contrariavo mai, rispondevo generosamente alle sue richieste di pane e di soldi, gradivo molto la sua compagnia, gli davo spesso parte della mia colazione, gli procuravo indumenti smessi del mio papà, qualche mia sciarpa sciupata che egli gradiva tanto, esternando con un cenno della testa e con un abbozzo di sorriso la sua profonda gratitudine ed il suo umile ringraziamento.
Una sola volta, e per puro caso, riuscii a penetrare nella vecchia casa del maestro. Fu per me un’avventura vera e propria! Piccino com’ero, mi trovai in una sterminata stanza dalla volta altissima, tetra e maleodo- rante perché priva di finestre e sempre chiusa da un portone ben serrato dall’interno. La sua suppellettile consisteva in un grande tavolo sistema- to al centro della stanza, rare sedie impagliate, una vecchia e sconnessa credenza e una poltrona immensa imbottita e foderata di pelle, sulla qua- le troneggiava il padrone. Un filo di luce penetrava da una finestrella della cucina, dando all’ambiente un tono spettrale e misterioso per il silenzio ed il vuoto ch’io, piccolino, sentivo opprimente intorno a me, fermo lì, nel bel mezzo dell’immensa sala, come paralizzato da un senso di profonda paura. Scoprii e conobbi finalmente patron “Nni”: era là, a capotavola, sprofondato nella sua comoda poltrona di pelle, con una lunga pipa di coccio in bocca, evanescente come uno spettro tra nuvole di fumo d’un odore acre e fastidioso.
Con mia grande sorpresa egli mi fece cenno con la mano, accompa- gnato da un paterno sorriso, chiamandomi per nome ed invitandomi ad avvicinarmi a lui. Figuratevi con quanta tremarella lo feci! Io avevo di lui ben altro concetto: me lo ero sempre raffigurato come un vecchio lupo, un burbero cattivo, un essere spaventoso, che m’incuteva tanta paura e riverenza insieme, perché sapevo ch’egli era un vecchio maestro di scuola elementare e che era stato anche maestro del mio papà. E poi
io avevo, come l’ho tuttora, un gran rispetto per i maestri, per quel viscerale amore che serbo verso un mio maestro elementare al quale debbo gran parte della mia educazione e formazione. Con calma e con una voce gentile e sommessa mi chiese che scuola e che classe frequentavo, come stavano in salute mio padre e la mia mamma, quanti fratelli
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avevo e tante altre cose. Restando a rispettosa distanza, dettata più dalla paura che dalla riverenza, risposi a tutte le domande con precisione e senza tentennamenti, giacché la sua improvvisa e non immaginata confi- denza mi avevano dato una certa sicurezza. Ricordo che mi fece cenno di avvicinarmi a lui, che mi porse con un sorriso una caramella. Forse quella sua inaspettata simpatia per me derivò dal fatto che io gli feci capire di essere nipote della Chiara, la sua domestica tutto pepe, faccendiera e dispensiera in quella enorme sua casa.
Preso da una certa confidenza, mi azzardai a chiedere al vecchio quanti anni avesse, se avesse moglie e figli e tante altre cose dettate dal- la mia puerile curiosità. Egli mi rispose con un certo garbo e con un linguaggio affettuoso e pacato, anche se - notai subito - era guastato da una leggera balbuzie.
Alla fine, già annoiato dal profondo silenzio e dal vuoto che sentivo intorno a me, lo salutai rispettosamente e mi affrettai verso l’uscio.
Solo allora scoprii dove dormiva il povero Ucciu! In un angolo della stanzaccia era tirata da muro a muro una lunga fune, alla quale era appesa una logora coperta stinta dal tempo, che serviva da divisorio. Nell’angusto spazio ch’essa limitava vi era uno sconnesso giaciglio, consistente in due assi di legno poggiate su due sgabelli e con sopra un grosso pagliericcio riempito zeppo di cartocci di grano turco, che facevano capolino da certe aperture praticate ai lati, le quali servivano per smuovere i cartocci con una forcella di legno, come s’usava allora. Niente altro in quel rifugio: tale mi sembrò! Vi notai una sedia ed un grosso cilindro di latta che, certamente, serviva per i suoi bisogni corpo- rali. Devo confessare che rimasi impietrito di fronte a quell’osceno spet- tacolo, ma un “via! ... via!” imperioso della Chiara bastò a disincantarmi ed a farmi scappare come un ladruncolo sorpreso a rubare.
Forse avevo “rubato” un segreto, una situazione poco edificante per una famiglia civile: avevo, insomma, scoperto in quale mortificante ambiente era costretto a vivere il povero Ucciu.
Una sola volta vidi Ucciu abbastanza pulito, vestito in ordine, con camicia, cravatta e pantalone con la piega, sbarbato e pettinato a dovere. Cosa era mai successo? Quel giorno Ucciu, grazie alle premure ed agli scrupoli religiosi della Chiara, che si curava anche dell’anima del pove- raccio, insegnandogli le preghiere e le “cose di Dio”, il nostro Ucciu aveva fatto la Prima Comunione. Aveva un certo concetto di Dio! Aveva appreso che Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo. Rispondeva com- piutamente alla nostra domanda: “Chi è Dio?” Assumeva un aspetto serio e quindi alzava il dito verso il cielo dicendo: “In ce!” Poi lo abbassava verso terra e aggiungeva: “In te!”. Poi allargava le braccia con eloquente slancio, gli occhi rivolti verso il cielo, per significare che Dio è in ogni luogo.
Anche Ucciu passò! Lo perdetti di vista quando la mia famiglia cambiò domicilio, in una casa che papà aveva fatto costruire nuova di zecca, tutta per noi!
Per me fu un amaro distacco dover lasciare il mio rione, i miei amici, i miei vicini di casa, ed Ucciu, cui volevo un gran bene dell’anima.
Lo rividi alcune volte in piazza, attorniato dai soliti mascalzoni, che facevano di lui il loro zimbello. Una volta intervenni decisamente, lo presi per la mano e lo condussi via, non senza aver rimproverato quei giovinastri con indicibili epiteti. Ogni volta che lo incontravo, egli accennava il suo solito sgraziato sorriso e mi chiedeva: “U pa a Ucciu ttu, nu sordu, no?”
A buona distanza di tempo, ogni volta che lo incontravo mi sembrava sempre più invecchiato. Per vivere ed essere accudito, dopo la morte del vecchio maestro, era andato a vivere con l’unica sua sorella, in una piccola casa del centro storico del paese, che la grande e per me sorprendente bontà del suo padrone gli aveva assegnata in eredità.
Tanto seppi dalla zia Chiara alla quale, nel riferirmelo, brillavano gli occhi per la commozione.
Venutagli a mancare l’assistenza del padrone, che almeno gli assicurava l’indispensabile per vivere, Ucciu si era messo a fare il “portaspesa” al mercato di frutta e verdure. Sin dalle prime ore del mattino, Ucciu era là, sulla porta del mercato, col suo paniere, pronto a prendere la spesa di chi lo conosceva e si fidava di lui ed a recapitarla con sollecitudine a domicilio, dietro un modesto compenso. E di queste commissioni il povero Uccio ne riceveva tante da parte di chi egli conosceva bene la casa.
Dopo tanti anni, tornato dalla guerra, con mia immensa tristezza, come quella che si prova per la scomparsa di un caro congiunto, appresi che da qualche anno Ucciu era morto, solo solo, in quella casetta, confortato dalle cure della sua sorella. Pregai per l’anima sua!

Prof. Antonio Martano

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