IX° Capitolo - Mesciu Arturu - nardoartt.it

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IX° Capitolo - Mesciu Arturu

Era Un Mondo...
MESCIU ARTURU
Lo chiamavano “mesciu Arturu” perché egli, Arturo, era un gran maestro in fatto di confezionare scarpe per uomini, donne e bambini.
Era un espertissimo ciabattino che per precisione e perizia si distingueva tra tutti i ciabattini del paese e, badate bene, non ce n’erano tanti, perché la gente molto di rado aveva la possibilità di ordinarsi un paio di scarpe nuove, ricorrendo spesso ai ciabattini per le riparazioni.
Erano tempi magri, quelli. L’economia e il risparmio si imponevano a tutti per tirare avanti alla meglio. Di gente infatti che potesse spendere del denaro sonante ce n’era ben poca! I pochi fortunati però, che si potevano concedere quel lusso, si rivolgevano solo a lui, perché in tanti anni di mestiere si era creato una certa stima di saper creare modelli di scarpe sempre nuovi, al passo con la moda, anzi con un pizzico di originalità.
Era un onesto brav’uomo che, malgrado madre natura lo avesse vistosamente deturpato nel fisico, appioppandogli una vistosa gobba alla schiena, si mostrava molto affabile e gentile con i suoi clienti, che lo sti- mavano per la sua gran perizia nel mestiere del ciabattino.
Magro come uno stecco, ossuto e rubicondo, egli aveva una statura che non superava il metro e venti centimetri, per via di quella deviazione della spina dorsale che evidenziava, proprio al livello della spalla sinistra, una grossa gobba appuntita, tanto vistosa che nessun sarto del paese riusciva a mascherargli, confezionandogli vestiti su misura.
Sì, su misura, perché mesciu Arturu, anche se ne aveva le possibilità, non poteva certo trovare vestiti confezionati per lui in nessun negozio di abbigliamento.
Per noi ragazzi quella gobba era un motivo di attrazione, anzi spesso cercavamo di sfiorargliela con la mano senza essere notati perché v’era la credenza che portava fortuna toccare la gobba.

Ma guai se Arturo si accorgeva che qualcuno gli toccava la gobba intenzionalmente! Erano botte davvero e sonori ceffoni seguiti dall’invi- to sgarbato: “Ed ora vallo a raccontare a tuo padre!”
Per noi ragazzi perciò toccare la gobba di mesciu Arturu era un’ope- razione abbastanza rischiosa perché oltre ai ceffoni, e vi dico che erano abbastanza sonori, oltre alla raccomandazione di andarlo a riferire ai nostri genitori, ci pensava egli stesso a fermare papà o la mamma per lamentarsi della nostra sfrontatezza ed indelicatezza nei suoi riguardi. Erano conseguenti altri sonori ceffoni o sculacciate, da parte dei nostri genitori, per insegnarci, dicevano, la buona educazione di non deridere i toccati dalla malasorte, che, invece, dovevano essere da noi doverosamente rispettati ed aiutati, quando il caso dovesse richiederlo.
Io poi, che alla lontana ero apparentato con mesciu Arturu, mi buscai una volta una severa punizione, rimanendo chiuso per due giorni in cantina “a pane e acqua”, per aver sfiorato con le mani la sua gobba, inten- zionalmente però, e lo confessai.
Avvalendomi di questa parentela dalla parte di mia madre, sua cugina, avevo la possibilità di stargli frequentemente vicino, di ammirare la sua grande abilità a riparare scarpe, di recarmi spesso a casa sua con una scusa qualunque.
Avevo così modo di conoscerlo meglio. Era, in fondo, un buon uomo, intelligentissimo, non beveva, non aveva vizi di sorta. Un solo hobby lo impegnò per tutta la vita: l’allevamento in gabbia di canarini, di cardellini e di verdoni, uccelli nati da incroci, dal piumaggio verde e giallo e dal canto assai gradevole.
Viveva in una stanzuccia di pochi metri quadrati, ubicata nel centro storico, in una straduccia stretta e sconnessa, almeno cinquanta centime- tri al di sotto del piano stradale, per cui vi si accedeva scendendo due gradini.
La stanza era buia per la mancanza assoluta di finestre, aveva la volta a vela e vi si respirava una fastidiosissima aria, perché quella sola stanza serviva a tutto: in un angolo il cucinino, nell’altro il desco di ciabattino con tutti gli arnesi e pellami d’ogni genere e colore, in un sottoscala il gabinetto e tutt’intorno appese ai muri gabbie d’ogni misura con dentro uccelli d’ogni specie, divisi per coppie e per specie, tutti canterini eccellenti, per cui non mancava mai in quell’ambiente poco gradevole un armonioso gorgheggio dei canarini misto ai cinguettìi degli altri ospiti.
Di questi egli faceva un lucroso commercio, perché li allevava con cura, li nutriva di miglio, foglie di lattuga e uova sode; e li accoppiava, ricavando sempre nuove coppie. Aveva poi un metodo meraviglioso per ammaestrare al canto i nuovi nati: si serviva di zufoli e di fischietti di terracotta, imitando a meraviglia il canto dei canarini e dei cardellini, che seguivano come disciplinati discepoli i suggerimenti canori e gli ordini del loro maestro. Quando, letteralmente incantato, seguivo questa delicata operazione, mi sembrava di assistere a prove di un concerto, come quelle cui tante volte assistevo quando la nostra celebre Banda Verde faceva le sedute per il concerto al comando del suo maestro.
Questo commercio di uccelli rendeva abbastanza a mesciu Arturu e tanto gli consentiuva di vivere abbastanza dignitosamente.
Forse era proprio questo fatto che dava al nostro ciabattino tanta dedizione alla cura ed all’ammaestramento dei suoi volatili, cui voleva tanto bene anche perché nella sua solitaria dimora essi costituivano un’allegra compagnia e motivo di parlare e conversare con loro. Appena posto piede sull’uscio di casa, egli veniva accolto da un caloroso saluto dei suoi amici, che lo esprimevano con un coro di gorgheggi. Poi cominciava il concerto! Egli accennava un certo fischio d’avvio con la bocca appuntita, sormontata da un baffetto a mosca, e giù ... si scatenava un vero coro di deliziose armonie.
Ad ascoltare quei concerti di meravigliosi gorgheggi, fischi e frulli d’ali, ti veniva subito la voglia di chiudere gli occhi e sentirti trasportare, come per incanto, in un mondo di sogni, circondato com’eri da quella celestiale atmosfera.
Mesciu Arturu era perciò convinto del pregio dei suoi uccelli e non li barattava per niente. Il prezzo di ciascuno di essi era preventivamente fissato e non si discuteva. Era: prendere o lasciare.
La varietà e la bontà del prezzo dipendeva dall’età, dal piumaggio, dal colore e principalmente dal canto, dal gorgheggio, ecc. eec.
Ma a questo punto mi chiederete come poteva un uomo, un lavoratore che trascorreva seduto dietro il suo desco di ciabattino quasi l’intera giornata, dormire e riposare la notte tra tutte quelle non certo silenziose e tranquille creature.
A parte un certo caratteristico odore emanato dagli escrementi dei volatili, si poteva pensare che i fruscii degli svolazzamenti ed i canti dei suoi uccellini non potevano che procurare grave disturbo al meritato riposo notturno di un lavoratore. E’ però certo - perché egli lo confessava chiaramente - che il ciabattino riposava tranquillamente nel suo tettuccio cullato da quelle armonie di canti e di cinguettìi che, anzi, gli con- ciliavano il sonno. Non che questo concerto durava tutta la notte, no, le bestiole erano talmente ammaestrate, che, ad una certa ora, cessavano e si appollaiavano silenziose sul loro trampolino col capino sotto l’aiuccia, subendo esse le sonore russate e le rumorose ronfate del loro padrone.
Le attenzioni di mesciu Arturu per quelle deliziose bestiole non si limitavano solo al nutrimento ed alla pulizia, ma anche alla cura, diciamo, medica, quando qualcuno degli uccelli si ammalava.
E non c’era bisogno dì fare intervenire il veterinario perché egli, che da tanti anni viveva con quelle bestiole, si accorgeva subito se un cardel- lino o un canarino era ammalato dal suo comportamento e dal suo canto non più chiaro e vivace.
Faceva subito la diagnosi e passava alle cure del caso: isolare
l’ammalato, disinfettare la gabbia, propinare solo latte, qualche foglioli- na tenera di insalata, qualche chicco di miglio: una dieta castigata insomma. Certo è che dopo qualche giorno il volatile riprendeva ener- gia, cantava e svolazzava con grande sollievo e soddisfazione del nostro Arturo che quel giorno era più felice del solito, come un padre, insom- ma, che vede miracolosamente guarito un suo figliolo ammalato.
Mesciu Arturo era poi un esperto del parlar per gesti con i muti.
Egli era proprio un maestro del conversare con i muti attraverso una mimica veloce che interessava le dita, le mani, le braccia, le labbra, gli occhi e determinate smorfie del viso che avevano un preciso significato. Per queste sue spiccate capacità egli veniva spesso convocato in Pretura e talora presso il Tribunale di Lecce per esercitare le funzioni di “interprete” in cause penali o civili, in cui era coinvolto un muto. Anche da questa sua prestazione, diciamola, “professionale”, egli ricavava onorari che andavano ad impinguare il suo guadagno di ciabattino e di allevato- re e commerciante di volatili vari.
Per queste sue spiccate capacità di conversare con i muti lo si poteva vedere ogni sera alla “Chiazzedda”, un mercartino esistente ancora nel vecchio chiostro dell’ex monastero del Carmelo, appartato in un angolo e circondato da cinque o sei muti che chiedevano ed avevano da lui pre- cise risposte attraverso un armonioso gesticolare ed una misurata mimi- ca del volto, delle labbra, delle mani e delle dita.
Ragazzino com’ero, io ci andavo a bella posta e seguivo divertito i loro arcani, per me, conversari. Si poteva però intuire che essi, come tutte le persone normali, parlavano e discutevano di persone e di fatti del paese.
Di un gioco mi fu maestro: dello scopone scientifico.
Come ho già accennato, mesciu Arturu era, per tutti noi, di casa, per una certa parentela con mia madre. Perciò egli si sentiva come di famiglia, per cui, specialmente nei giorni festivi, veniva a casa mia per giocare allo scopone scientifico con mio padre, compare Tommasino e con me, che favevo il quarto giocatore quando mancava un adulto.
Per sua scelta io ero suo compagno, facevo coppia con lui. Ma povero me! Erano rimbrotti severi e talora vere parolacce, quando sbagliavo la carta da giocare. Naturalmente mi faceva da maestro ed era naturale correggermi, consigliarmi, ammaestrarmi, insomma, in quel gioco alquanto difficoltoso per l’attenzione e la scaltrezza che si doveva porvi.
Sì, egli intendeva ammaestrarmi come faceva con i suoi cardellini, dimenticandosi naturalmente che io ero solo un ragazzino, peraltro sen- sibilissimo ai rimproveri, per cui spesso mi venivano giù le lacrime ed arrossivo come se avessi commesso chissà quale reato.
Quando ciò accadeva, per fortuna molto di rado, mesciu Arturu diventava di colpo più buono, più conciliante, e mi spiegava le regole dello scopone scientifico: lo spariglio, l’impariglio, il colore da giocare su quattro carte simili e quello su tre, ecc. ecc. Erano queste, per lui, regole fisse da tenere sempre a mente, erano insomma delle leggi su cui si basano i presupposti delle scienze proprio perché “scientifico” era il suo scopone! Se oggi io riesco a giocare a scopone con una certa mae- stria, lo devo proprio a tanto maestro!
Non so sinceramente come terminò la sua vita terrena. L’ultimo salu- to ed un caloroso abbraccio, sentitamente corrisposto, fu quello che gli detti quando dovetti andare sotto le armi. Era tempo di guerra e si capi- sce con che cuore in tale circostanza si danno gli addii. Poveretto, mi dette tanti consigli, mi fece tante raccomandazioni..., compresa quella di pensare a riportare a casa la pelle sana e salva. Insomma, per lui, io non dovevo fare l’eroe!
Ritornato dalla guerra dopo ben quattro anni di pericoli ed estenuanti peripezie, durante i quali, specialmente l’ultimo, ero rimasto privo di notizie - per i noti eventi bellici che videro l’Italia nostra divisa dalle armate tedesche ed americane che si fronteggiavano lungo la nostra penisola, causando dovunque distruzione e morte -, dopo aver abbraccia- to i miei genitori e la mia cara nonna, che mi credevano disperso o mor- to chissà in quale landa della Russia o d’Europa, chiesi per prima cosa di mesciu Arturu. Capii subito dal volto improvvisamente rattristato della nonna che egli non era più di questo mondo.
Uno strano sogno mi rese tanto felice: una notte d’inverno, durante le feste di Natale, quando di solito si va a letto dopo aver “fatto bisboccia”, egli mi venne in sogno. Era felice come non lo avevo mai visto. La sua figura, pur nell’evanescenza del sogno, era nitida, col viso atteggisato ad un sorriso appena accennato. Lo vedevo come fosse vivo, là, nella sua stanzuccia, bearsi al centro dei suoi canarini che gli svolazzavano intor- no, finalmente liberi dalla costrizione delle gabbie, come per fargli una gran festa: gli si appoggiavano sulla gobba, sulla testa e sulle braccia e con i loro canori cinguettìi intonavano un coro celestiale, meraviglioso, di quelli, forse, del Paradiso.
Ed io lo penso ancora così, in Paradiso, beato tra i beati, con i suoi veri e cari amici, nella gloria del Signore.

Prof.Antonio Martano
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