IV° Capitolo - Menica La Furnara - nardoartt.it

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IV° Capitolo - Menica La Furnara

Era Un Mondo...

MENICA LA FURNARA

Nel rione del mio paese dove ho vissuto la mia infanzia, nel quale io, ragazzo pulito e curato, ho trascorso la mia più felice età tra una frotta di mocciosi e trasandati monelli, ma vivaci e simpatici, trascurati dai geni- tori perché questi erano impegnati dalla mattina alla sera nei lavori dei campi, regnava ogni giorno un gran vocio fatto di strilli, di schiamazzi e ... di parolacce: ciascuno di noi, avrete capito, era un Giamburrasca in erba!
Era inevitabile, quasi tutti i giorni dell’anno,l’intervento deciso di qualche persona, uomo o donna, che reclamava legittimamente un po’ di pace, compromessa continuamente dai nostri giochi e dagli schiamazzi. Non di rado ci pioveva addosso inaspettata una doccia di acqua fredda, che qualcuno ci rovesciava addosso con una catinella senza pietà.
La “furnara”, Menica di nome, calmava spesso i nostri spiriti bollenti con questo suo espediente di cattivo gusto.
Solo così riusciva ad assicurarsi sonni tranquilli nel riposo pomeri- diano estivo, dopo una lunga mattinata di lavoro trascorsa davanti all’infuocato forno.
Inzuppati come pulcini ed un po’ spaventati, correvamo a casa per cambiarci gli indumenti oppure ci rifugiavamo altrove, se il tempo lo consentiva, per asciugarci al sole. Io, almeno, preferivo fare così, perché se andavo a casa a raccontare quel che era successo, per spiegare il mio evidente stato e quello del mio vestitino fradicio, erano botte da orbi, se c’era papà, ramanzine a non finire, se c’era la mamma o la nonna.


Menica era la nostra nemica: anagrammando il suo nome ne sorte la parola “nemica”. Era una donna sulla trentina, tozza e grassottella; dal suo viso rubicondo e pacioccone, ma non curato, traspariva una gioventù svanita troppo presto, grossolana e sgraziata, forse a causa di quel suo stare continuamente a contatto con l’infuocata bocca del suo forno. Aveva capelli neri come carbone, lunghi ed ispidi come setole, raccolti dietro la nuca a “tuppo”, fissati con forcine di ferro e talora pettinati a “coda di cavallo”, legati dietro la nuca con un vistoso fiocco rosso. L’una o l’altra acconciatura indicava chiaramente a noi ragazzi l’umore di Menica: se era pettinata col “tuppo”, appiccicato in testa come una grossa cipolla nera, per noi era indice di bonaccia, nel senso che la fornaia, quel giorno, era tranquilla e calma, buona ed amorevole, materna, insomma, fino ad invitarci nel suo forno per distribuirci brancate di briciole di friselle e qualche tarallo o qualche pitteddha sciupatasi durante la sfornatura: tutti resti, come avrete capito, delle varie cotture della giornata o regali lasciati dalle clienti-amiche, che avevano portato al suo forno la “roba” per la cottura e che si guardavano bene dal non farne una piccola parte anche a lei! Menica sarebbe stata capace di definirle spilose nei suoi soliti pettegolezzi con le comari.

Se poi compariva nel rione con i capelli legati in fretta e furia a “coda di cavallo”, erano guai per tutti. “Tempesta in vista!”, dicevamo sottovoce noi ragazzi, sussurrandocelo all’orecchio per non farci sentire da lei. Aveva quel giorno, come si dice, un diavolo per capello. E di capelli ne aveva assai! Diventava allora insofferente dei nostri giochi, dei nostri scherzi e del nostro chiasso.
S’infuriava quando  giocavamo in prossimità dell’ingresso del suo forno perché, secondo lei, noi intralciavamo il traffico dei suoi clienti, che portavano la “roba” al suo forno.
Noi naturalmente facevamo i sordi. Allora sì che si indiavolava e ci correva dietro minacciosa, brandendo la grossa scopa del forno inzuppata di acqua mista a cenere e ci conciava bene. Devo aggiungere che in quella occasione uscivano dalla sua bocca certe parolacce, qui irripetibili.
Con le sue care comari era però d’altra pasta: gioviale, confidente e discretissima amica, capace di chiudere in sé tutti i segreti delle amiche, specialmente quelli più scabrosi e delicati. E chi, come lei, informata di tutto, non sapeva per filo e per segno quanto accadeva nell’intimità di questa o quella famiglia e le disgrazie di questa o quella ragazza? Tutte le ragazze erano per lei delle sfacciate e pettegole, per il loro contegno con i maschi: senza ritegno alcuno, osservava lei, le ragazze parlavano davanti a tutti con troppa libertà, erano poco discrete e facevano spesso le linguacciute e le ficcanaso. Ai suoi tempi, per esempio, non era permesso alle ragazze fermarsi per la strada a parlare coi giovanotti o andare da sole al vicino negozio o attraversare la piazza.

Le ragazze, diceva lei, devono stare in casa ad accudire alle faccende domestiche o a ricamare o a lavorare all’uncinetto: devono pensare a prepararsi colle proprie mani il corredo per quando andranno spose. Il marito non devono andare a cercarselo, le sfacciate, ma dovevano aspettare che piovesse dal cielo, mandato cioè dalla buona sorte, attratto dalle loro virtù di vere donne di casa, più che dalle belle forme del loro corpo o del viso o dalla vivacità adescatrice dei loro occhi. Ma da quali virtù particolari suo marito Ciccio era stato attratto per portarla all’altare vestita di bianco, quella specie di diavolo, nessuno sapeva spiegarselo. Era proprio un mistero! Certamente, ci potete giurare, non era stato Ciccio ad abbordare la Menica, ma Menica ad incantare Ciccio con le sue moine tentatrici, colla sua loquela facile e spiritosa, con le sue tante promesse ... Tutta la gente conveniva che Ciccio, un poveraccio senza arte né parte, più che Menica aveva sposato il suo forno, ereditato dal padre, e per aver un tetto sul capo, oltre che per assicurarsi un lavoro. Sì. Allora, essere proprietari di un forno con casa annessa era davvero una ricchezza. La gente usava fare il pane in casa ed era come un rito, di prima mattina, giacché le massaie si levavano all’alba per impastare la farina e lievitarla, per poi confezionarla in grossi pani quando la lievitazione era compiuta a giusto punto. Menica attendeva a casa le chiamate per passare col suo carretto, tirato da una vecchia ed ossuta mula, a ritirare le tavolate di pane e portarle al forno. La rapidità o meno di questa importante operazione dipendeva dalle committenti, ché, se queste erano di quelle che davano a Ciccio una certa confidenza, allora erano discorsi a non finire, chiacchiere, scherzi e scambio discreto di battute ... Le conseguenze del ritardo potete immaginarle: i rimbrotti di quella diavola di sua moglie, che intuiva benissimo le cause del ritardo di Ciccio, perché, si diceva, essa ne sapeva una più del diavolo. Erano però le sue amiche che le riferivano le galanterie dì suo marito. Allora scattava automaticamente la molla della gelosia: ed erano guai seri per Ciccio! Musi, discorsacci, frecciate, sgarbi a non finire rendevano impossibile la vita al povero uomo.

Ma torniamo, dunque, al forno. Anche Menica si levava all’alba come tutte le massaie, per preparare il forno alla cottura. Vi infilava attraverso la bocca, che a me sembrava quella dell’inferno, fascine di rami d’ulivo, legna grossa d’ogni genere e vi appiccava il fuoco. Anche questo era un rito che si compiva puntalmente, ogni mattina, all’alba.
Qualche volta, per portare un’ambasciata della nonna a Menica, sono entrato in quel tetro e buio camerone ove era il forno: vi regnava un disordine del diavolo! Fascine di “strame”, ramoscelli d’alberi d’ogni tipo, pentole e mastelli d’ogni grandezza, pieni o vuoti d’acqua di dubbio colore. In verità ebbi una sconcertante impressione: mi chiedevo come da un locale così sudicio poteva poi uscire il biondo pane fragrante, che doveva andare ad allietare le mense e a sfamare le nostre gole, ghiotte come erano, per certi biscotti o ciambelline, che le nostre mamme preparavano di tanto in tanto, specialmente alla vigilia delie feste, comandate e non. Evidentemente era la mano maestra di Menica, che operava certi miracoli: cuoceva il pane a giusto punto, controllandone la cottura col suo vigile occhio ogni momento, vigilava sulla giusta doratura dei biscotti, delle frise e delle crostatine che, come ho prima accennato, noi ragazzi chiamavamo pitteddhe. Quando all’ora giusta Menica sfornava, si spandeva per tutto il rione una deliziosa fragranza di pane fresco, la quale ci faceva venire l’acquolina in bocca, che spesso veniva frenata dalla solita “puccia”, un impasto ben lievitato e molliccio con dentro olive nere o uva secca, cotto con una particolare tecnica.
Di suo marito Menica non era proprio entusiasta e se ne lamentava spesso con le amiche sposate, quando il discorso cadeva sui mariti. Anche Ciccio, però era assai parco d’affetti e d’attenzioni con la sua Menica e volgeva spesso altrove i suoi interessi. Egli, giovane aitante e bello, era attratto dai vezzi e dalla bellezza di certe sue clienti, che non disdegnavano né la sua compagnia né la conversazione su certi argomenti piacevoli e spiritosi. Di ciò Menica, gelosa com’era, se ne era accorta e spesso rimbrottava il marito, non risparmiandogli neanche qualche sonoro ceffone, seguito da chiari avvertimenti di vendetta.

Di questa terribile gelosia di Menica e del vizietto di Ciccio di star dietro alle belle ragazze, tutte le donne del vicinato erano perfettamente al corrente, perché la fornaia non si vergognava di parlarne con le amiche più confidenti che poi, naturalmente, riferivano alle altre donne, ricamandone su commenti, illazioni e fantasticherie.
Per Menica insomma il suo Ciccio era uno sporcaccione, un guardone, un vizioso, che aveva proprio bisogno di una lezione che lo facesse cambiare da così a così.
Sentite quel che accadde un bel giorno! Fu un avvenimento così clamoroso che si sparse per tutto il rione - ma che dico? - per tutto il paese, con una velocità supersonica, diremmo oggi. Il fatto fu così eclatante da indurre la gente, specialmente le donne, a ricamarvi su curiose illazioni e piccanti ironie.
Un giorno, nella confidenza di un discorso su Ciccio, un’amica le riferì certe paroline lusinghiere che suo marito le aveva rivolto, quando si era recata al forno per ritirare una teglia di melanzane e peperoni che la mattina aveva portato per arrostirli al forno. Aggiunse che Ciccio le aveva accennato una carezza e le aveva anche rivolto un galante invito ad incontrarsi, a mezzanotte, nel suo forno, luogo tranquillo e sicuro per un appuntamento. Menica naturalmente trasecolò, s’infiammò per la rabbia, ma si riprese subito e pregò l’amica di assicurare suo marito che a mezzanotte in punto sarebbe andata all’appuntamento nel forno. Riluttante, la comare quasi si offese, perché non era donna di malaffare e, per giunta, era fidanzata e, come tale, non avrebbe mai tradito il suo uomo, donna di chiesa qual era, e timorata di Dio. Menica le fece capire che doveva solo, così, per civetteria, far capire a Ciccio che sarebbe stata puntuale all’appuntamento e ... basta. Al resto ci avrebbe pensato lei. E così fu. La donna - non ricordo il suo nome - incontrò Ciccio mentre sistemava della legna nel ripostiglio, lo salutò con un significativo sorri- so e disse: "Va bene, ci sarò!"

Ciccio andò subito in brodo di giuggiole, si sentì come risuscitato a nuova vita, a pensare che quella notte sarebbe stata per lui una notte diversa da quelle trascorse con la sua Menica sempre stizzosa e brontolona. non certo prodiga d’affetto e di delizie coniugali. No, Menica era sempre stanca, "stufa” di certe cose! Il povero Ciccio, sognatore qual era, andava a letto sempre deluso e si abbandonava a certi sogni che lo facevano svegliare di buon umore.
Quella sera che precedeva l’appuntamento di mezzanotte, Menica lo osservò attentamente, facendo fìnta di niente. Dopo il lavoro, egli si fece la barba, si pettinò accuratamente, mise un tantino di profumo tra i capelli. indossò l’abito della festa, che indossava solo la domenica per andare a messa. Uscì di casa come ogni sera col suo solito “ciao!” e vi ritornò a tarda sera per cenare ed andare a letto. Menica, furba com’era, si fece trovare a letto e fece finta di dormire profondamente e di russare. A pieno sonno, pensò Ciccio, non si accorgerà di nulla. Si mise a letto zitto zitto per non svegliare la moglie e attese così con gli occhi spalancati la mezzanotte, pregustando la gioia e la felicità che lo attendeva. Quando le due lancette della sveglia, che aveva sul comodino, si unirono sul numero dodici, si levò con una delicatezza per lui non consueta, per non svegliare la moglie che, quasi tutte le notti, quando egli si levava per i suoi bisogni, facendo un fracasso del diavolo, inveiva contro di lui, lanciandogli ogni sorta di improperi, conditi da qualche parolaccia. Per lei il povero Ciccio era un tipaccio maleducato, che non meritava niente, neppure le sue attenzioni di moglie. Forse per questo Ciccio volgeva altrove le sue attenzioni di maschio!

A piedi nudi, per non fare rumore, e con molta attenzione per non inciampare in qualche arnese, il nostro Ciccio si recò quatto quatto al forno, del quale, previdente, aveva lasciato socchiuso l’uscio e, procedendo al buio come un sonnambulo, andò ad aspettare l’amica in un angolo remoto del locale. Con una certa ansia aspettò che l’amica giungesse e di tanto in tanto faceva una certa vocina, propria di gatto innamorato. Trascorsero dei minuti in un profondo silenzio, quando un lieve fruscio lo fece sobbalzare ... poi una voce, un “Menico” appena sussurrato e la sua risposta sollecita ed ansiosa: “Sono qui, vieni!”
Che gioia provò Ciccio! In quel momento gli sembrava di toccare il cielo con le dita, non si era mai sentito chiamare con tanta tenerezza e così amorevolmente. Tese le mani, avanzò cautamente nel buio in direzione della vocina ed ecco il contatto con l’amica, che fu per lui come un contatto elettrico. S’ingalluzzì subito il nostro Menico! Abbracciò calorosamente l’amica, se la strinse forte al petto, la coprì di baci subito ardentemente corrisposti e naturale fu per lui un certo raffronto con certe fredde effusioni della sua Menica, che la rendevano scostante. Fu così naturale e spontanea la sua considerazione che esclamò :”Questa sì che è una donna, queste sono vere dolcezze di paradiso, non quelle di mia moglie!” E mentre Ciccio cercava ancora di ripetere le sue effusioni d’amore si sentì piovere addosso un sonoro ceffone, e poi calci e graffi a non finire, provenienti da una furia di donna. “Porco, disgraziato!” gridò con tutto il fiato che aveva in gola Menica, che aggiunse subito: “Ed io chi sono, non sono tua moglie?” E giù pianti disperati, richieste di perdono, giuramenti che non sarebbe più accaduto un fatto simile, da parte di Ciccio, naturalmente, quando un giro di chiave dell’interruttore della luce illuminò il locale e la cruda realtà si palesò al poveraccio che non sapeva cosa dire e cosa fare. Restò per qualche tempo paralizzato, spaurito, sbiancato in viso e
muto: muto perché non riusciva a proferire parole, di fronte a quella furia di donna.

Menica, ferita nell’amor proprio, col viso stralunato e con una boccaccia più larga della bocca stessa del suo forno, vomitava contro l’infedele marito ogni sorta d’ingiurie, di bestemmie, di minacce. Poi, sfinita, si accasciò a terra come presa da malore e rimase lì con gli occhi sbarrati come se avesse assistito ad un crollo improvviso della sua casa. Crollava un matrimonio? Entrava in crisi una coppia che, bene o male, era andata avanti per diversi anni senza scossoni come quello che ambedue avevano da poco vissuto? No, ché poi Menica era donna di giudizio, moglie fedele e piena d’amor proprio!
Ciccio, ripresosi dall’amara sorpresa e vistosi così la moglie disfatta, s’intenerì di colpo, s’inginocchiò davanti alla sua donna e le chiese insistentemente perdono, finché Menica non dette segni di vita. Menica che, in verità, era una donna onesta in fatto di fedeltà coniugale, scoppiò all’improvviso in un dirotto pianto, mortalmente offesa da quel marito che, come mai era successo, si era rivelato inaspettatemnte fedigrafo e traditore. Ciccio, tenero com’era, si commosse, si pentì amaramente, se la strinse teneramente al petto come mai aveva fatto, le fece una carezza che Menica non disdegnò e via mogi mogi a letto.

Chissà quale magia operò nei due sposi questo terribile avvenimento, perché, da allora in poi, le cose cambiarono di colpo. Menica capì che doveva essere più affettuosa col marito, più condiscendente e meno rozza, perché lui aveva bisogno di tenerezze. Menica insomma da quella, diciamola pure, lezione, capì che doveva mutare comportamento verso suo marito, se voleva tenerselo tutto per sé: Ciccio era un bel giovane, robusto e forte, un fusto, insomma, che piaceva alle donne.
E fu così che anche Ciccio cambiò: divenne un buon marito, premuroso verso la sua donna e prodigo d’affetti con la moglie, che era diventata buona e amorosa, più incline agli affetti coniugali, delizie sentimentali che il povero Ciccio non aveva mai provato prima d’allora.
Devo infine confessare che i fatti dell’incontro non andarono proprio come li ho descritti, ben sapendo di parlare anche a ragazzi, cui basta capire che tra moglie e marito deve sempre regnare reciproco rispetto, se si vuole in famiglia saldezza d’affetti, armonia, pace e amore.

Prof.Antonio Martano


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