XIII°Capitolo - Mesciu Tore (ovvero Masculu e Femmina) - nardoartt.it

Vai ai contenuti

XIII°Capitolo - Mesciu Tore (ovvero Masculu e Femmina)

Era Un Mondo...
MESCIU TORE ovvero "MASCULU E FEMMINA"
Mesciu Tore (= Salvatore) non era affatto un "diverso" nel senso, cioè, che madre natura, per suo capriccio, lo avesse creato diverso dagli altri uomini! Egli era un uomo e, per di più, una persona educata e buo- na, nonché un esperto e solerte artigiano.
A leggere il sottotitolo che ho dato a questo racconto, appunto "Masculu e Femmina", a voi che vivete in questa nostra acculturata civiltà, vien naturale pensare che Tore fosse un Gaj, un Ermafrodita, un Transessuale, tanto per citare termini oggi in voga!
No, niente di tutto questo! Egli era un pover'uomo, affetto da una fastidiosa e congenita "incontinenza urinaria", che, a quei tempi, la scienza medica non era riuscita a curare. Unici e soli supporti sanitari erano panni e pannolini, proprio come quelli che le mamme mettono ai neonati per assorbire le urine. Egli non poteva indossare i pantaloni come le persone normali, perché ciò gli creava vari ed incresciosi inconvenienti, anche di carattere igienico. Trovò perciò agevole e utile usare una lunga gonna, che nascondesse l'ingombro di voluminosi pan- ni assorbenti. La sua gonna era lunga fino ai piedi, ampia e pesante, confezionata con una stoffaccia ruvida e scura, che lo faceva sembrare "femmina" dalla cintola in giù. In quel "Mondo Diverso" della mia beata fanciullezza, in quella società sana e tranquilla, un uomo come Tore era, tuttavia, guardato come un tipo da "baraccone". Non per questo, però, egli venva dileg- giato o tenuto lontano come la peste, anzi egli era aiutato da tutto il vicinato con tutti i mezzi possibili ed immaginabili. Egli era un essere calmo e sereno, né dava mai fastidio al prossimo. Era disponibile e socievole, malgrado la sua disgrazia, che riusciva a sopportare "stoicamente".

Purtroppo, però, noi ragazzi, vivaci e gioche- relloni fino all'eccesso, a volte, con riprovevole spregiudicatezza gli ricordavamo la sua disgrazia, gridandogli in faccia ed in coro: "Mascu- lu e Femmina, Masculu e Femmina!". Ma eravamo dei ragazzi inconsa- pevoli del dispiacere, che arrecavamo a quell'uomo. Ora, per allora, me ne vergogno sinceramente di averlo fatto!
Tore, però, non reagiva, anche se nel suo viso si notava evidente un certo turbamento. Si limitava solo a lanciarci, a mò di stizza, il suo penetrante sguardo sdegnato, infiammato da quei suoi occhi azzurri che, in quel particolare frangente, assumevano un tono diabolico, che ci spaventava tanto e "ce la davamo a gambe", paventando una sua reazio- ne di vendetta.
Ma all'increscioso episodio non seguiva niente, perché la sua grande bontà perdonava la nostra spregiudicateza di ragazzi. Anzi, quando, pentiti, gli andavamo vicino e gli chiedevamo sommessamente, ma sinceramente scusa, egli stendeva la sua mano per farci una carezza. Quanta bontà in quell'uomo toccato dalla malasorte! Coglievamo allora la favorevole occasione per chiedergli di raccontarci una favola, che egli sempre disponibile, ci sciorinava subito, frutto della sua alacre e fervida fantasia. Allora Tore diventava per noi il caro nonno, che con le sue favole sa tenere buoni i suoi nipotini!
Tore era bassino di statura, aveva la pelle "cotta" dal sole, un viso quasi incartapecorito forse per quei suoi consueti viaggi verso la "macchia d'Arneo" per procurarsi vimini e canne, materiale necessario al suo mestiere di "Cistaru" (= cestaio).
Ogni sabato, verso il tardo pomeriggio, si vedeva giungere nel nostro rione Tore, che tirava per la briglia la sua ciuca letteralmente coperta da grosse fascine di giunchi e canne, "materia prima", come ho già detto, indispensabile per il suo mestiere.
Un immancabile "coppula" (= caratteristico copricapo) copriva il suo capo ed i suoi rari capelli grigi, resi tali dalla sua età avanzata, e, tutta calata com'era, gli copriva anche gli orecchi colla sua sproporzio- nata misura. La sua visiera, poi, era unta bisunta per quel suo continuo toccarla colle mani quando, calata troppo giù, dava fastidio agli occhi e al suo lavoro.
Sul viso rugato dal tempo dominava un bel baffo grigio, che egli curava più delle sue vesti, sfoltendolo accuratamente quasi ogni giorno con la sua forbicetta, guardandosi ad un rottame di specchio fissato sul muro da tre chiodi arruginiti.
A guardarlo bene, dava l'impressione (che poi era la realtà) di un uomo rozzo, provato dalla fatica e... dagli stenti.
Egli, infatti, viveva di poco e si accontentava di meno, ma non lamentava mai la sua palese indigenza. Era, insomma, un uomo tran- quillo, che sapeva sopportare la sua povertà, direi, in letizia, come S. Francesco d'Assisi.
Quando era intento al suo lavoro seduto su di uno scanno, che copriva completamente colla sua larga gonna, soleva canticchiare can- zoncine in voga o motivi di arie popolari. Talora noi ragazzi tutt'intorno gli facevamo coro.
Cosa da poco era anche la sua casa, se tale si poteva definire: una
stanzaccia buia, coperta da tegole secolari, era tutto il suo mondo!
Gli serviva da sala da pranzo, da camera da letto e da lavoro, quando il tempo minaccioso non gli consentiva di lavorare fuori, al di là dell'uscio, come era solito fare.
Il fumo e gli odori della cucina, costituita da un fuligginoso camino ed il nausebondo fetor della sua ciuca, che era attaccata ad una rudimen- tale mangiatoia allocata in un angolo della stanzaccia, separata da una coperta sdrucita appesa ad una funicella tesa tra due muri, che formavan l'angolo, davano all'ambiente un aspetto spettrale, ributtante, allucinante.
Eppure Tore ci viveva bene in quel suo "regno", essendo ormai le sue narici abituate all'odore malsano, che col tempo aveva imrpegnato ogni cosa, persino i muri ed il pavimento, ancora senza un lastricato, fatto di terra battuta, per cui assorbiva e tratteneva le arine e gli escrementi della sua ciuca, che non chiedeva certo il permesso al suo padrone di andar fuo- ri per i suoi naturali bisogni corporali!
Al primo impatto con quella triste realtà, come accadde a me la sola volta che riuscii a varcare la soglia della casa di Tore, la scena che si presentava era, come ho detto, allucinante: mucchi di fascine di vimini e vinchioli di salice o di melograno, ammassi di canne buttati là alla rinfu- sa e cesti, cesti incastrati uno con l'altro da formare alte colonne, panieri e panierini, tanti recipienti di forma diversa, che la sua fantasia sapeva creare. La suppellettile consisteva in un tavolo di legno rozzo, una pan- ca, una sedia malconcia, un trespolo con sopra una bacinella di coccio ed una brocca sempre piena d'acqua per le sue abituali abluzioni. Tutt'in- torno al fuligginoso camino dall'aspetto tetro e cavernoso per la sua sproporzionata profondità erano appese a chiodi pentole di rame stagna- ta di varia misura e trecce di agli, cipolle, peperoncini "pendule" ( grappoli) di pomodori. Quell'angolo di casa era il più ricco ed il più ordinato!
D'inverno il camino era sempre acceso ed il fumo della legna, spesso umidiccia, si spandeva per tutto l'ambiente come densa nebbia, dandogli un aspetto infernale. In questo scenario lucubre e spettrale Tore si muo- veva con facilità, quasi un fantasma che vaga nella nebbia!
Il sole penetrava per pochi minuti in quella povera casa: la mattina attraverso l'angusto uscio, il pomeriggio attraverso un finestrello alto, che sfiorava il tetto.
La sera, terminato il lavoro, al nostro Tore, che non usciva mai per il paese, faceva compagnia il vocio festante di noi ragazzi, che giocavamo nei pressi della sua casa e l'immancabile chiaccherio delle comari.
Verso il tramonto, Tore attendeva seduto sull'uscio di casa il passag¬gio del lattivendolo colla sua mucca, che si fermava al limite dell'uscio e mungeva il latte fresco fresco dalle turgide mammelle della sua bestia direttamente nella ciotola di coccio, che egli gli porgeva ben pulita.
Spesso Tore, ch'era uomo accorto e preciso, litigava con lattivendo- lo, e come, allorché questi misurava il latte come fosse nettare celeste!
Quando il padrone rientrava con la sua ciotola colma di latte si veri- ficava puntualmente questo fatto: la sua ciuca si metteva a scalpitare ed ad emettere un particolare raglio. Tore capiva subito il significato del- l'atteggiamento della sua bestia: essa reclamava la sua parte di biada!
Allora egli, paziente com'era, la accudiva per bene, passandole anche sul corpo la brusca e la striglia. Prima di andare a letto nel suo umile giaciglio fatto di cartocci di gran turco, Tore si inginocchiava davanti ad un Crocefisso appeso al muro e recitava le sue preghiere. Quel Crocefis- so, intriso di fumi ed odori era diventato così nero, ma così nero e assai di più del nostro "Crocifisso ligneo", che si venera nel nostro bel Duomo e che il popolo chiama, senza spregio, "il Cristo nero".
Ogni anno il 26 e 27 di aprile, a cura dell'Amministrazione Comuna- le, si svolgeva sull'ampia ed ombrosa Piazza Castello, ricca di gigante- schi e fronzuti alberi di "Mosche", come li chiamava il popolo, si svol- geva una importantissima "Fiera del Bestiame ed altro". Qualche setti- mana prima, Tore entrava in agitazione per preparare un campionario dei suoi manufatti da esporre al solito angolo della piazza: era un esposi- tore abituale! Seduto dalla mattina alla sera su di uno scannetto, che scompariva letteralmente sotto la sua ampia gonna, che si apriva per ter- ra tonda tonda, trattava freneticamente, ma con accorta maestria, vimini e canne, che intrecciava con magica virtù da cavarne in poche ore un bel "cistu" (- cesto) lucido ed elegante, o un "panaru" (= paniere) col suo bel manico o un vassoio bello largo e capace e tanti altri oggetti dettatigli dalla sua accesa fantasia d'artista. E sì che Tore era un vero artista nel suo particolare mestiere!
Il giorno della "Fiera", più mattiniero del solito, trasportava a dosso della sua ciuca tutti gli oggetti da esporre e allestiva con gusto ormai consolidato dagli anni una ricca esposizione. La gente si fermava con gusto ad ammirare ed a comprare a buon prezzo ciò che le occorreva. Tore offriva per poche lire lavori che gli eran costati lavoro e pazienza! Al denaro non dava la giusta importanza: a lui bastava che la gente lo ripagasse con lodi e stima del suo mestiere di "cistaru" (= cestaio).
Lì, accanto alla sua esposizione, tutta agghindata a festa con nastri e lustrini troneggiava la sua ciuca, avendone anch'essa diritto perché quel- la era la "Fiera del bestiame". Non vi dico, però, che ragli lunghi e sonori la povera bestia emetteva nel vedersi intorno bestie e bestie, che i con- tadini ed i "Padroni" vi portavano dalle campagne e dagli allevamenti per farne esposizione e commercio oltre che per aspirare ad un ricco premio o diploma che l'Amminsitrazione assegnava al miglior capo ed alla migliore esposizione. V'erano ammassati a gruppi pecore, capre, cavalli, maiali, oche, muli e ciuchi. Si, anche bell'esemplari di ciuchi ed erano proprio questi, che soletticavano le brame represse della ciuca di Tore, la quale, a dir poco, quel giorno la povera bestia perdeva la sua abituale pace di femmina senza marito!
Certamente il più bel giorno della sua vita fu per Tore quello in cui ricevette dalle mani del Sindaco in persona e della "Giuria" della Fiera un bel Diploma di Merito con tanta di medaglia d'oro.
Al pover'uomo però fecero tanto bene le parole di lode che seguirono alla consegna del diploma, sul quale a caratteri gotici era scritto: "A Sal- vatore R., prestigioso artigiano cestaio, che, affinando la sua arte in vari decenni di alacre attività, ha raggiunto una considerevole perfezione nel suo lavoro."
Noi ragazzi in quel giorno particolare non potevamo mancare alla cerimonia della consegna del diploma e spontaneo era un nostro "Evviva Tore, evviva Tore" accompagnato da un clamoroso battimani di tutti i presenti.
Da quel giorno in poi lo salutammo con un certo rispetto, vedendo in lui non più l'umile cestaio, ma un artigiano di valore, la cui bravura era stata pubblicamente riconosciuta e premiata dalle Autorità costituite e dalla Giuria della Fiera.
Ora quella bella "Fiera del Bestiame ed articoli vari" non si allestisce più, con gran disappunto della gente e degli artigiani del paese.
L'era della plastica e dei motori ha fatto scomparire tante bestie da soma e da tiro e con esse tanti mestieri di artigiani come "lu ferraciucci" (= maniscalco), "li guarnamintari" (= costruttori di cavezze, briglie, redi- ni per gli animali equini), "li falignami t'arte crossa" (= falegnami che costruivano e riparavano carri, calessi, traini, ecc.).
Col volgere degli anni e con l'ineluttabile avanzar del progresso, nonché per l'età e per gli acciacchi d'ogni natura, Tore dovette rallentare la sua attività, essendo anche ridotta la richiesta dei suoi manufatti, che l'industria della "Plastica" sfornava a dovizia, riempiendo i mercati e a vile prezzo.
Cessata alfine la sua attività, il nostro Tore, pian piano, si spense nella sua povera casa tutto solo. Un suo fratello e la di lui consorte com- posero le sue spoglie su di un lettuccio al centro della stanza, di quel suo "regno" da poco, proprio sotto quel Crocifisso Nero che era appeso alla parete e con intorno quattro "Lucerne" ad olio, che con la loro flebile fiammella illuminavano il misero ambiente.
Per noi ragazzi, naturalmente, la scomparsa di Tore fu un triste avve- nimento perché con lui andava via un personaggio che per vari anni ave- va riempito di gioia la nostra vita.
Nel vederlo là, sul letto funebre, a ciascuno di noi scappò un lucci- cone.
Quando giunse il prete per la benedizione della salma pregammo anche noi ragazzi per la sua anima d'uomo semplice e buono, ch'era passato da questa vita terrena, vivendo "senza infamia e senza lodo", ma meritando ampiamente la stima e l’apprezzazmnto della società degli uomini.
"regno" da poco, proprio sotto quel Crocifisso Nero che era appeso alla parete e con intorno quattro "Lucerne" ad olio, che con la loro flebile fiammella illuminavano il misero ambiente.
Per noi ragazzi, naturalmente, la scomparsa di Tore fu un triste avve¬nimento perché con lui andava via un personaggio che per vari anni ave¬va riempito di gioia la nostra vita.
Nel vederlo là, sul letto funebre, a ciascuno di noi scappò un luccicone.
Quando giunse il prete per la benedizione della salma pregammo anche noi ragazzi per la sua anima d'uomo semplice e buono, ch'era passato da questa vita terrena, vivendo "senza infamia e senza lodo”, ma meritando ampiamente la stima e l’apprezzamento della società degli uomini.

Prof.Antonio Martano


Torna ai contenuti | Torna al menu