VII° Capitrolo - Pascalinu Lu Fucalaru - nardoartt.it

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VII° Capitrolo - Pascalinu Lu Fucalaru

Era Un Mondo...
PASCALINU LU FUCALARU
Abitava nel nostro rione un uomo già maturo che si chiamava Pasqualino. Anch’egli, com’era uso allora, aveva il suo soprannome, tramandato di padre in figlio: era volgarmente conosciuto come “Pascalinu Fiddhroi”.
Quale sia stata la genesi di questo curioso soprannome, sinceramente non lo so, né lo sapeva la gente cui chiedevo la sua vera origine.
Fatto sta che, nel nostro dialetto, la parola “fiddhoi” significa “turacciolo di sughero”, tappo, insomma, per turare le bottiglie.
Per noi ragazzi, però, egli era “lu fucalaru”, perché confezionava ed aveva molta confidenza con i fuochi d’artificio. Era un uomo fondamentalmente buono, tranquillo, apertamente nostro amico e pronto a tutto pur di far del bene. Dai suoi racconti venimmo a sapere che aveva prestato un lungo servizio militare a Tientsin, una concessione perpetua italiana convenuta il 7 giugno 1902 fra il governo italiano e quello cinese. Detta città sorge sul Mar cinese orientale, a pochi chilometri da Pechino, di cui è il porto naturale. Rimpatriato dopo lungo ed onorato servizio, Pasqualino era entrato a far parte delle Guardie regie e, infine, congedato dopo la Prima guerra mondiale, aveva intrapreso il suo mestiere di fuochista al servizio di una rinomata ditta di fuochi d’artificio del nostro paese.
Subito convolò a giuste nozze con Assunta, una mia parente, una cugina, per essere figlia di una mia zia.
Il suo rammarico, povero Pasqualino, fu quello di non essere riuscito ad entrare nel corpo della Polizia né in quello delle Guardie Municipali. Eppure aveva trascorso i suoi più begli anni al servizio della patria!
Dovendo pur vivere e provvedere al sostentamento della sua famiglia, “dava
una mano” alla ditta dei fuochi artificiali locale, perché era abbastanza bravo, per chiaro riconoscimento del proprietario.
Spesso, in occasione delle grandi feste paesane di San Gregorio, del santissimo Crocifisso, di San Giuseppe patriarca e dei Santi Medici Cosma e Damiano, noi ragazzi del rione azzardavamo avvicinarci nei pressi delle postazioni dei mortaretti, solo per ammirare quest’uomo così coraggioso che, adoperando una rudimentale miccia confezionata con un pezzo di sacco di tela, accesa preventivamente con un fiammifero, passava rapidamente accanto alla lunga fila di mortaretti interrati per dar fuoco ad un ad uno, con un ritmo ed una precisione tale da far passare tra uno scoppio e l’altro il medesimo tempo.
Era uno spettacolo, quello dell’accensione dei fuochi artificali, che ci incantava, specialmente nel vedere partire come razzi da terra verso il cielo i mortaretti uno dopo l’altro e vederli fragorosamente scoppiare nel cielo in una successione ritmica perfetta e aprirsi a raggiera con luminosissime e colorate stelle che spegnendosi cadevano giù, verso terra, come una pioggia di stelle. Era uno spettacolo veramente eccitante per noi ragazzi che spesso, per ammirarlo e gustarlo meglio, ci stendevamo supini sull’erba dei campi, noncuranti del nostro vestito nuovo della festa, il quale immancabilmente ne usciva insozzato.
Il momento più fantasmagorico dello spettacolo era quello culminante del cosiddetto “finale”, quando, con un succedersi più veloce, partivano i “colpi secchi”, mortaretti di più grosso calibro, che, appena accesi, partivano verso il cielo lasciandosi dietro una traccia luminosa fino a quando non scoppiavano con una fragorosa detonazione e con un lampo abbagliante, che si trasformava subito in nuvoletta cinerea e continuava il suo viaggio verso l’alto, fino a svanire nel nulla. Scoppiando l’uno dietro l’altro, si formava una lunga fila di quelle nuvolette che dava l’immagine di una lunga teoria di pecorelle dirette nell’immensità del cielo, lì dove il vento le portava! Trattenevamo il respiro al momento culminante dell’ultimo colpo: un mortaretto di proporzioni molto più grandi, che scoppiava più in basso ma con una deflagrazione assordante, come per annunciare: i fuochi sono terminati.
Poi veniva la volta dell’accensione delle batterie, sistemate su telai di legno. Entrava ancora una volta in scena Pasqualino che, con la sua miccia, dava fuoco alla prima batteria, la quale produceva un fracasso del diavolo. Con ammirabile perizia ed evidente audacia, egli seguiva il succedersi degli scoppi fino a quando la batteria non giungeva alla fine, per esser pronto ad accendere l’altra, disposta sul telaio accanto, e così via, fino a quando la lunga fila delle batterie non era terminata con l’immancabile colpo finale di un grosso mortaretto appeso al termine della serie dei telai.
Senza interruzione - e qui consisteva l’arte del fuochista - e con una ammirevole rapidità, Pasqualino passava all’accensione delle girandole, ruote guarnite tutto in giro da piccoli bengala luminosi e di vari colori, che, bruciando, davano alla ruota una spinta da farla girare vorticosamente con tutti quei fuochi accesi che procuravano uno speciale effetto di luci e di colori. Poi, alla fine, si dava fuoco ad una speciale girandola, situata in vetta ad un’antenna orizzontalmente. Dopo pochi giri su se stessa, quando entravano in azione tutti i bengala, la ruota si staccava dal suo supporto e, sempre girando vorticosamente per la spinta che riceveva dai bengala, saliva su su verso il cielo, fino a quando, esaurita, precipitava giù lasciandosi dietro una tenue scia luminosa che man mano si spegneva, per andare poi a cadere a caso, tra i campi.
Noi ragazzi attendevamo con ansia la fine dei fuochi artificiali, uno spettacolo meraviglioso che si esauriva nel giro di un’ora. Se poi, come spesso accadeva, vi erano più ditte pirotecniche, che gareggiavano a chi offriva il miglior spettacolo, il tempo si protraeva per più di un’ora. Per designare il vincitore della gara non v'erano arbitri o commissioni giudi- catrici: la migliore ditta era proclamata direttamente dagli spettatori mediante il più prolungato battimani.
Il momento della premiazione suscitava evidente emozione nella per- sona rappresentante della ditta proclamata vincitrice, designato a ritirare
il premio consistente in un diploma di pergamena con tanto di firma del presidente dell'organizzazione della festa.
Ma torniamo al nostro Pasqualino. Egli, in fondo, non era un dipen- dente a pieno orario di lavoro, ma prestava la sua opera saltuariamente, solo quando veniva chiamato dalla ditta. Per poter vivere era costretto ad arrangiarsi, come suol dirsi. Confezionava a casa “trueni”. “trunetti”, "tric-trac”, “fruii”, batterie e tanti altri generi di articoli, ormai scompar- si dal commercio, sostituiti da altre diavolerie messe in comemrcio dalle industrie, specialmente durante le feste diCapodanno.
Casa sua, durante le feste natalizie e in occasione di speciali ricorren- ze e feste famigliari, era un via via di gente che andava ad acquistare fuochi d’artificio. Per darvi un’idea di che cosa erano i “trueni”, vi dirò che “lu truenu” era un involucro di carta con dentro della polvere nera mista a sassolini, legato per bene con spago ad incrocio, che, scagliato violentemente contro un muro o a terra, per l’attrito dei sassolini smossi dall’urto, procurava una scintilla e quindi la potente deflagrazione. Figuratevi un po’ quando tutti insieme lanciavamo diversi “trueni” contro un muro, che sorta di fracasso del diavolo ne conseguiva!
I “tric-trac”, che pure avevano un largo mercato, erano invece involtini di carta gialla e ruvida, contenenti della polvere nera da sparo, ripiegati più volte su se stessi, legati fortemente al centro con uno spago, e con una miccia nera che, accesa, faceva scoppiare a più riprese l’involucro, che rimbalzava in tutte le direzioni. Faceva un tale fracasso che il suo nome di “tric-trac” può definirsi onomatopeico.
Le batterie erano dei congegni più complicati: una serie di minuscoli mortaretti (“trunetti”), collegati fra loro con della miccia a catena ed avvolti nella solita carta giallognola, formavano la batteria. Il suo inizio era costituito da una miccia nera e piuttosto lunga, per dar tempo, a chi l’accendeva, di allontanarsi: alla fine era legato un mortaretto che costituiva il “colpo secco” finale.
“Fruli” e stelle erano altra cosa. Il loro effetto era la luce ed il colore.
“Fruli”, o bengala, erano lunghi cilindri di cartone ben solido, riempiti di stelle di vario colore, pressate dentro convenientemente, che, dandovi fuoco, emettevano una cascata di luci variopinte, che durava per alcuni minuti. Le stelle, cui si è fatto cenno, erano fatte di una poltiglia di pol- vere da sparo mista a coloranti industriali e confezionate a quadratini, come delle caramelle: bastava accenderle in un angolo e lanciarle in aria per vedere una lunga scia luminosa, che si spegneva quasi subito. Imma- ginate che festa quando noi ragazzi, avendo ognuno comprato da Pasqualino il suo pugno di stelle, ci mettevamo tutti insieme a lanciare per aria stelle di vario colore, che intrecciandosi con le loro scie luminose davano uno spettacolo davvero meraviglioso, per l’effetto ottico che procuravano, tale da farci spesso ripetere l’operazione con considerevole sacrificio delle nostre tasche, che procuravano tanto denaro al nostro Pasqualino. Come ci procuravamo il denaro? Mi vergogno a dire che era il frutto di furtarelli operati in casa a danno della mamma, che aveva un suo nascondiglio per il denaro, che serviva per le piccole spese, in un posto non certo segretissimo. Gli altri ragazzi, miei maestri in questo genere di cose, facevano lo stesso.
La familiarità che io avevo con Pasqualino mi consentiva pure di comprare le stelle, per pagargliele quando avrei avuto i soldini...
Beati i tempi di questa mia fanciullezza, che passò in fretta! Divenuto grandicello ed avviato agli studi, lasciai le varie compagnie, divenni un ragazzo serio e per bene, volgendo ad altri ben diversi interessi la mia vita. Poi gli studi, seguiti con impegno e serietà, mi portarono altrove, in una grande città, e Pasqualino non lo rividi più.
Di lui, però, serbo un grato ricordo perché, oltre tutto, mi voleva un gran bene dell’anima.

Prof. Antonio Martano


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