V° Capitolo - Cicciu Lu Pitante - nardoartt.it

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V° Capitolo - Cicciu Lu Pitante

Era Un Mondo...
CICCIU LU PITANTE

Ciccio: così lo chiamavano tutti, ma il suo nome era Francesco.
Pescatore lui, pescatore suo padre, pescatore suo nonno e chissà se tale non era stato anche suo bisnonno, giacché la “cantina” di casa sua, una vecchia bicocca fuori dal paese, ubicata sulla via della “Spiranza”, era piena zeppa di ogni cianfrusaglia d’attrezzi di marinaio: vecchi remi infraciditi dal tempo e logori dall’usura, fiocine arruginite, rotoli di reti rotte ed ormai inservibili, nasse di varie dimensioni, lanterne arruginite di quelle che si illuminavano a carburo, canne da pesca in disuso: tutta roba di quando si andava a pesca con la barcaccia, ormai malridotta a un vero colabrodo! Ora la vecchia barca era stata tirata a secco e giaceva, quasi sfasciata, in un remoto angolo del cortile.
Essa, che aveva affrontato mari tempestosi, guidata da vigorosi pesca- tori di varie generazioni della famiglia di Ciccio, andava a pezzi, in demolizione, perché il legno, ormai secco ed arido, serviva ad attizzare il fuoco del vecchio “fucarile”, onde   riscaldare l’umida casa nelle fredde giornate d’inverno e per cuocere   brodaglie o zuppe di pesce, solo di quel pesce, però, che restava invenduto,   perché il meglio della pesca veniva consegnato al “magazzino” o venduto, il   più delle volte, in piazza o ai crociccchi delle vie.Ciccio li guardava con nostalgia quei vecchi attrezzi, che egli aveva maneggiato un tempo con grande   maestria, ma ora, ormai d’una certa età e per giunta acciaccato dall’artrosi   e da fastidiosi reumatismi, causati dal continuo contatto col mare, non   andava più per mare, si limitava a fare “lu pitante”, il pescatore cioè che   non va più a pesca con la barca, ma si limita a “cercare la roba”, andando a   piedi lungo la costa di scogli irti ed accidentati del nostro mare.
 
         
       
 

 
         
       
 
Una volta Ciccio volle mostrarmi un vecchio “cuenzu”: un canestro largo e abbastanza capace, fatto di vimini, sul cui bordo erano ordinatamente infissi 300 ami, tutti legati con pelo di coda di cavallo e fissati, ad egual distanza, ad un cordoncino lungo 300 metri. Elemento importante dell’attrezzo era una croce di canne con al centro un’asta, cui era fissata una piccola vela bianca ormai ingiallita e consunta dal tempo. Questa croce di canne con issata la bandierina veniva lanciata in mare nella giu- sta direzione che il pescatore intuiva subito per tecnica di mestiere, osservando lo spirare del vento di terra, e la vela partiva subito verso l’alto mare, tirandosi dietro il cordoncino con gli ami, ai quali veniva via via fissata l’esca, costituita da luccicanti pesciolini e, quando questamancava, vi si infilzavano mezzi “pupilli”, ovviamente di quelli rimasti invenduti.
Quest’attrezzo di pesca era l’unico dei tanti che Ciccio amava usare quando era il tempo, fra agosto e settembre, della “scesa” delle aguglie, anche perché poteva mandarlo al largo standosene comodamente seduto su particolari punte della costa, che conosceva sin da bambino, da quando seguiva suo padre per imparare il mestiere.
E poi quello era l’unico attrezzo che, quando Dio gliela mandava buona, lo faceva ritornare allegro a casa con un ricco carico di pesca fresca, che non aveva difficoltà a vendere subito ed a buon prezzo.
Ora a Ciccio servivano solo le canne da pesca, non però di quelle che usano oggi, fatte di resina, fomite di un mulinello e di un lunghissimo filo di nailon, ma canne scelte da lui stesso nel suo canneto, alla cui estre- mità legava il solito filo fatto da più peli di coda di cavallo, magistralmente annodati e con assicurato all’estremità un peso di piombo e due ami legati a differente altezza.
Egli, infatti, legato ancora agli usi dei vecchi pescatori, disdegnava le novità in materia di attrezzi da pesca, messi in mostra nei lussuosi negozi di articoli da pesca, usati dai giovani pescatori dilettanti, che ogni giorno vedeva pescare sulla costa o da bordo di una barca a motore. Quelle erano per lui “cose da pazzi”: le maschere subacquee, le bombole per sub, i fucili a molla o ad aria compressa muniti di lucenti, ma perico- lose fiocine, le veloci barche di vetroresina a motore, i gommoni, i fuori- bordo, ecc. ecc.
A lui, “pitante di mare” per necessità, bastavano le sue canne fatte all’antica, ancora valide a pescare il pesce a riva, laddove però il mare non era disturbato dalla presenza di barche a motore ed il pesce vi sosta- va tranquillo.
Bastava pure la sua pertica, munita di un uncino e di un pezzo di rete smessa, adatta per pescare ricci. Una volta, quand’era giovane, usava prendere i ricci servendosi dello specchio, un cilindro di lamierino con fissato sul fondo un cristallo, che da su la barca veniva adagiato sul pelo dell’acqua e vi si metteva dentro la testa, reggendolo colle due mani. Allora il fondo marino appariva chiaro e si poteva cercare la preda ovve- ro la “robba” da pescare. Il più delle volte questo attrezzo gli dava la pos- sibilità di pescare grossi ricci e maravigliosi polipi. Ma anche lo spec- chio, ormai arruginito, era appeso al muro ed egli lo guardava spesso con una certa nostalgia.
Qualche volta, quando la bonaccia e la bassa marea glielo permette- vano, andava alla “iacca”, un’originale pesca praticata sulle “plaie”, con una lanterna a carburo che abbagliava il pesce, il quale con velocissima mossa veniva infilzato colla fiociona. Anche questa pesca, a volte, fruttava abbastanza.
Ciccio, ora, aveva una certa età ed era anche acciaccato, il che gli aveva fatto trasgredire la tradizione del “pitante”, che usava raggiungere il mare a piedi: si era procurato un vecchio motorino per recarsi al lavoro, al mare.
Aveva sistemato dietro la sella, su di un rudimentale portapacchi, una cassetta con i ferri del mestiere: ami d’ogni misura, lenze di pelo di coda di cavallo avvolte su di un pezzo di sughero, piombi e piombini, un coltello a serramanico, una vecchia forbice arruginita dal salmastro, una cassettina, questa sì di plastica trasparente perché era più comoda e pra- tica a contenere l’esca, ed infine un pacchettino di pronto soccorso fatto di cotone idrofilo, qualche cerottino, una boccettina di tintura di iodio, un po’ di garza. Ciccio diceva di avere sangue marcio, perché bastava una semplice escoriazione o una puntura d’amo e subito la ferita marci- va. Aveva trovato un buon rimedio nel disinfettarsi subito con una pen- nellata di tintura di iodio, come del resto aveva sempre visto fare da suo padre, buon’anima.
La cassetta poi serviva per mettervi la sua merenda, fatta di pane e pomodoro con su una croce di olio di oliva, un pizzico di sale e un tanti- no di peperoncino. Non vi poteva, però, mancare la sua brava bottiglietta di “mieru”, vino di quello nero e pastoso, l’unica sua bevanda quotidiana, perché era convinto, come diceva suo padre, che al pescatore l’acqua fa male perché va a finire nei polmoni con grave conseguenza per la salute!
E sì che a Ciccio stava a cuore la sua salute: bastava vedere come si conciava d’inverno quando inforcava il suo motorino per correre verso il mare. Era tutto imbacuccato, avvolto in un vecchio mantello grigiover- de, che aveva portato con sé quando si era congedato dal servizio militare, il capo coperto da un berretto di lana fornito di copriorecchi ed abbottonato saldamente sotto il mento, un logoro scialle di lana stinta avvolto intorno al collo, scarponi ai piedi ben riparati da grossolane calze di lana di pecora.
Ciccio era stato soldato e combattente nella seconda Guerra Mondiale. Aveva prestato il servizio militare nell’arma della Fanteria Divisionale. Che rabbia per lui, marinaio nato, essersi trovato a militare in quell’arma! Aveva combattuto sui vari fronti. Aveva partecipato alla campagna di Grecia. Poi in Africa. Aveva combattuto contro gli inglesi ed aveva conosciuto l’umiliante disfatta del suo battaglione, quindi la dura prigionia in terra d’india, da dove, terminato il conflitto, fu rimpa- triato dopo aver contratto la fastidiosa malattia dell’ameba.
Tuttavia Ciccio era fiero d’aver servito la patria: nelle ricorrenze di feste nazionali gli piaceva ostentare, appuntati sul petto, i nastrini delle varie campagne di guerra e la sua meritatissima “Croce di guerra”.
Ora il tempo aveva imbiancato le sue tempie e il suo volto arso dal sole era segnato da profonde rughe. Il bisogno di un tozzo di pane, giacché la sua pensione, chiesta già tanti anni fa, non era stata ancora accordata e giaceva inevasa chissà in quale ufficio, lo spingeva verso l’unica fonte di lavoro che egli conosceva: il mare.
Egli, spirito libero e sognatore, non si sarebbe mai sognato di andare a servire un padrone!
Purtroppo, col passare degli anni, il guadagno si faceva sempre pià magro, anche per quelle diavolerie che avevano aggredito il mare: il rumore dei motori dei motoscafi e delle barche moderne, il veleno sparso dai pescatori di frodo ed i “bombardi” coi loro micidiali ordigni avevano distrutto ed allontanato dalla costa il pesce.
Quando la pesca era magra o impossibile per la rabbia del mare, si dedicava alla raccolta dell’ “erba di mare”, un’erbetta grassa che la gente usava comperare per metterla sott’aceto. Era questo un lavoro alquanto difficoltoso perché bisognava cercarla fra gli anfratti della rude scogliera.
E venne anche per lui il giorno in cui imprecò: “E quando finirà!”
Eppure era consapevole che quel calvario sarebbe finito per lui solo quando il governo gli avrebbe finalmente accordata la tanto sospirata pensione di guerra. Allora sì che avrebbe appeso al chiodo i suoi attrezzi di lavoro, avrebbe accantonato il suo motorino, per godersi in santa pace la sua pur modesta pensione, che gli sarebbe bastata, giacché egli non usava far stravaganze.
A lui, ormai orfano dei genitori, scapolo com’era e senza fratelli, bastava vivere nella casuccia della “Spiranza”, nome che purtroppo lo aveva fatto sperare invano tante volte!
Tante volte, rimuginando tra sé e sé il suo passato, la sua bella gio- ventù, rimpiangeva amaramente il fatto di non avere preso moglie e con nostalgia, accoppiata a nera disperazione, pensava alla sua Nina, la cara e bella ragazza, che aveva conosciuto e corteggiato, prima di partire in guerra. Tornato, dopo ben quattro lunghi e sofferti anni, l’aveva trovata sposata e madre di due vispi ragazzi, che ad addolcire la pillola della sua segreta delusione, lo chiamavano “zio Ciccio”, certamente per pietoso suggerimento della loro mamma.
E venne poi il triste giorno in cui, ormai carico di malanni, non uscì più di casa e dovette sopportare la sua infermità, visitato e assistito dalla pietosa Nina e dai suoi due ragazzi, che procuravano un po’ di diversivo alla sua ormai insopportabile e noiosa solitudine. Di parenti, che si pren- dessero cura di lui, non ne aveva. Solo il marito di Nina, un giorno, si preoccupò di preparare tutte le carte per un ricovero in ospedale, ma Ciccio si rifiutò di abbandonare il suo giaciglio e la sua casuccia e si lasciò spegnere lentamente, come un cero.

Prof. Antonio Martano


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