XII° Capitolo - Una Scoperta Sensazionale! (ovvero 'Lu Puparu') - nardoartt.it

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XII° Capitolo - Una Scoperta Sensazionale! (ovvero 'Lu Puparu')

Era Un Mondo...
UNA SCOPERTA SENSAZIONALE! (ovvero "Lu Puparu")
Viveva nei pressi di casa mia, in una viuzza stretta e tortuosa del centro storico, lastricata di pietra lavica, una modestissima famiglia numerosa per una ciurma di mocciosi, che sciamava ogni dì, la mattina, dopo la parca colazione che la mamma preparava loro come poteva. Essa si era, però, abituata e non ci faceva caso.
Non di rado io, più grandicello e giudizioso, cercavo di frenare la loro eccessiva vivacità, minacciandoli con un frustino, di quelli che ai miei tempi s'usavano per frustare le bestie da carico e da soma: cavalli, muli e somari, per intenderci.
Ma le mie eran solo minacce, che, peraltro, cadevano puntualmente a vuoto. Quei birbantelli s'erano talmente abituati alle mie sfuriate, che col passar del tempo, non si curavano affatto di me, anzi, spesso mi canzonavano con mio grande disappunto.
Fu proprio in casa di questi che un giorno (beata ingenuità!) credetti di aver fatto una strabiliante "Scoperta".!
Nell'atrio di quel vetusto caseggiato, cui si accedeva per un monu- mentale portone, che ancora esiste e sta là a testimoniare l'ampollosa arte del "barocco", che fiorì nel mio paese intorno a '600, esercitava il suo mestiere di "Puparu" (foggiatore di pupazzi di argilla), il padre di quei mocciosetti, cui ho prima accennato. Si chiamava "Tore" ed il vol- go com'è di solito fare, gli aveva appioppato il soprannome di "Puparu”.
Era costui un buon vecchietto, curvo dagli anni e dagli acciacchi, vestito d'una sdrucita e sudicia palandrana, imbrattata da tutti i colori dell'arcobaleno, dal viso rubicondo e dal naso paonazzo,, proprio di chi è


abituato a tracannare vino durante i pasti e fuori.
Raramente, però, egli si vedeva in giro in preda all'ebrezza del vino, perché era un uomo serio e non sopportava essere deriso dalla gente.
Il suo laboratorio era tutto lì: una sconnessa panca di legno grezzo, una montagna di forme di gesso, un grosso recipiente colmo d'argilla e poi spatole e spatoline, pennelli, punteruoli ed altri arnesi.
Tutto ciò, come mi feci spiegare da quel cortese omino, occorreva per "foggiare" pupazzi, come quelli ch'eran schierati ad essiccare su di un asse di legno, in attesa di essere dipinti a dovere.
Era un lavoro di rifinimento, che impegnava, senza un momento di riposo, quel poveruomo.
Nel grigiore della materica di cui eran fatti quei pupazzi sembrava¬no, a prima vista, tutti eguali! Poi, dopo la giusta essiccatura al sole, e, se questo non c'era, in un rudimentale forno di pietra e a legna, acqui- stavano il caldo colore di terracotta.
Quand'eran pronti, eccoti lui con i suoi pennelli e barattoli di colori a dar precisi tocchi e sfumature a quei pupazzi di argilla, cavandone fuori devotissimi pastori in atto di adorazione, superbi Re Magi a caval¬
lo di biondi cammelli con in mano i doni per il "Divin Bambino", tanti barbuti S. Giuseppe dal viso luminoso e Madonne nel dolce atteggia- mento materno di ammirare la propria Creatura e poi contadini, peco- relle, cani, donne, tutti col viso volto verso l'alto a guardare e seguire la "Stella Cometa", che indicava, secondo la tradizione, il luogo dove si era verificato il gran portento della nascita del figlio di Dio.
Un giorno la mia attenzione si fermò, cogli occhi sbarrati dalla meraviglia, su di un "Bambinello", che uscì fresco fresco da una grossa forma di gesso. Sembrava un bambino vero dalle normali proporzioni, dal viso ragginate e paffutello. Fu in quel momento che la mia accesa fantasia di ragazzino appena settenne (frequentavo la 2a elementare!) mi portò a ricordare i lunghi discorsi della maestra del catechismo, la quale, proprio in quei giorni di preparazione per la mia "Prima Comu- nione", aveva spiegato a noi ragazztti che la seguivamo con molto inte- resse, come Iddio Creatore formò l'uomo impastando dell'argilla, dan- dole le fattezze che oggi presentano tutti gli uomini, gli soffiò sul viso
il suo alito vitale e la forma si animò: era fatto l'uomo, che andò a popolare il mondo!
Pensai: è così, dunque, che nascono i bambini!
Mamma e babbo preparan tutto: un bel po' d'argilla, una forma di gesso e via...! Ecco pronto un bambino bello e caro, cui il Signore Creatore di tutte le cose, dà subito vita. Credevo di aver fatto una straordinaria scoperta, di aver chiarito finalmente un mistero, che tale allora mi sebrava la nascita di un bimbo! Di recente la mia mamma aveva dato alla luce un frugoletto, cui fu imposto il nome di Vincenzo, che io mi guardai con tanta sorpresa e meraviglia, chiedendomi donde fosse venuto in casa nostra. Furon ovvie le domande di tal tenore! - "Lo ha portato una cicogna da un paese lontano lontano!" - mi spiegò con tatto e molto garbo la mia cara nonna Peppa (Giuseppa).
"L'ho trovato sotto una grossa pianta di cavolo, là, nell’orto del nonno Pascali (Pasquale). - "mi disse il mio papà, sottolienando la sua risposta con un sorriso bonario, che mi fece tanta tenerezza.
Ma io, che avevo visto come "lu Puparu" aveva cavato dalla forma il Bambinello, rimasi naturalmente perplesso e deluso delle due risposte.
Era e mi sembrava più giusta e naturale la spiegazione di mistero della nascita, che io mi avevo dato, osservando il lavoro del "Puparu".
Ero ormai convinto e fiero di aver scoperto da me il gran mistero della nascita di un bimbo! E lo andavo raccontando (beata ingenuità!) ai miei amici coetanei. Alcuni ci credevano e mi chiedevano di spiegar loro la mia clamorosa scoperta, ed io, ricamandovi su tanta fantasia, descrivevo per filo e per segno l'avvenimento della scoperta.
Altri, però, i più grandicelli e smaliziati, mi ridevan dietro e parlot- tavano tra di loro, canzonandomi vistosamente con mio grande disappunto! ciò mi turbava enormemente. - Perché, mi chiedevo, a costoro sembra tanto ridicola la mia interessante scoperta? -
Oh beata ingenuità dell’infanzia, che, col passar degli anni, si sciupa e s'annulla del tutto, quando, da grandi notiamo che la realtà cruda delle cose del mondo vanisce ed annulla un delicato mondo di sogni e di ingenue fantasie, d'incanti, direi, che avremmo voluto permanessero attaccati a noi per tutta la vita, specialmente quando avversità e dolori ce la presentano nella sua cruda realtà! Non è forse vero, ragazzi miei, che la vita, questa nostra vita terrena, ad una certa età nostra, riserva a tuttifugaci piaceri, ma anche atroci sofferenze, delusioni, crucci e dolori che segnano l'animo nostro e talora determinano svolte della vita nostra e restano tutte pene piantate lì, nel nostro povero cuore, come tante cro- ci? Ben cantò il nostro illustre poeta Giuseppe Ungaretti in una sua celebre lirica:
"Il mio cuore è un cimitero di croci"
Un verso eloquentissimo, che racchiude in sé tutta l'amarezza di un uomo provato dalla vita, sommerso da dolori, lutti e delusioni, che, accumulandosi l'uno sull'altro, hanno devastato ed afflitto la sua esi- stenza.
È chiaro che il verso citato denuncia particolari momenti di grande afflizione, di sventure personali del poeta e dell'Italia, ai suoi tempi, in guerra.
Ma non si può generalizzare tale concetto della vita!
La vita, ragazzi miei, è bella se sapremo viverla intensamente con onestà, rettitudine e con lavoro, fonte indiscutibile del benessere. Essa può sicuramente riservare a voi tutti, ragazzi d'oggi, come di cuore mi auguro, più delizie che croci!

Prof.Antonio Martano


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